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giovedì 14 giugno 2018

Sauditi tradiscono Marocco nelle votazioni di Mondiale 2026


La Storia sarebbe stata bella che un paese emergente di Nord Africa, arabo e musulmano vincesse la partita davanti a tre giganti americani e sfidando tutti i pronostici nell’organizzazione del Mondiale 2026. Ma i sauditi tradiscono loro fratelli.
Mercoledì 13 giugno, il trio Stati Uniti - Canada - Messico ha raccolto 134 voci, il Marocco 65.
“Abbiamo condotto una splendida campagna che ha permesso al Marocco di dimostrare le sue capacità d’organizzare il più grande evento del mondo. Un Marocco di progresso, di tolleranza, di sviluppo umano e di apertura sul mondo”, dichiara Moncef Belkhayat, ex ministro degli sport e membro del comitato di candidatura “Marocco 2026””.
Però da segnalare con grande sorpresa l’atteggiamento di lobbying saudita a favore della candidatura nordamericana. Questo paese non solo si è limitato a votare contro il Marocco, ma ha condotto anche un'intensa campagna di sostegno nel Golfo ed in Asia al trio nordamericano. Il padrone del calcio saudita denominato Turki Sheikh ha militato con forza affinché il Marocco sia battuto nelle votazioni.
Certamente il Marocco non ha niente contro la candidatura nordamericana ma considera che l'atteggiamento non amichevole e ostile dell'Arabia Saudita è inspiegabile e incomprensibile. Anzi, il Marocco aspettava un sostegno forte dei paesi arabi fratelli in loro testa l'Arabia Saudita per la concretizzazione di questo avvenimento in terra arabo-musulmana.
Se il Marocco si è congratulato con la parte vincente e ha ringraziato le federazioni calcistiche che lo hanno sostenuto, in particolare, 45 voti africani sui 65 ottenuti, oltre ai voti d’Italia, Olanda, Francia, Belgio e altri paesi europei.
Ma il sentimento che prevale in Marocco e presso la comunità marocchina all’estero è quello di un tradimento saudita inatteso.
Simbolicamente, i tifosi marocchini a Mosca oggi appoggeranno la squadra russa contro i sauditi nell’apertura del mondiale Russia 2018.



giovedì 9 novembre 2017

Il Marocco ha lanciato primo satellite d’osservazione, si chiama “Mohammed VI-A”. L’industria italiana è presente

Un missile Vega ha messo su orbita elio-sincrona (SSO) il satellite d'osservazione di Terre “Mohammed VI – A” per conto del Regno del Marocco, ha indicato ieri sera in Guyana Arianespace.
Il lanciatore aveva decollato dal centro spaziale guianese (CSG) di Kourou alle 02:42 ora italiana.
La separazione di questo satellite di una massa di circa 1,1 tonnellata è avvenuta dopo 55 minuti e 33 secondi del decollo, ha precisato Arianespace, la società che commercializza i lanci.
Il satellite Mohammed VI - A deve servire in particolare alle attività cartografiche e catastali, all'assetto territoriale, al monitoraggio delle attività agricole, alla prevenzione ed alla gestione delle catastrofi naturali, al monitoraggio delle evoluzioni ambientali e della desertificazione come pure alla sorveglianza delle frontiere e del litorale, ha indicato Arianespace.
Il satellite è stato realizzato dal consorzio Thales Alenia Space ed Airbus per il Regno del Marocco.
Insomma, il Marocco ha lanciato il suo primo satellite. È una bella notizia che soddisfa tutti i cittadini marocchini (o quasi, da escludere quelli che non sono mai soddisfatti) e i loro amici, questo passo garantirà al paese la disponibilità totale di molti servizi satellitari che prima acquistava da Stati europei o dagli USA. In più sarà in grado di vendere questi servizi, e per questo che si sta già lavorando sulla versione “B” di un altro satellite che sarà lanciato l'anno prossimo. Il Marocco è fiero di questo traguardo e del progresso continuo sta realizzando in tutti i settori.
Da segnalare che le impronte dell'industria italiana sono ben presenti nel “Satellite Mohammed VI A”.


lunedì 28 agosto 2017

Terrorismo in Europa. Fallimento d’integrazione, criminalità e ideologia della morte

La moltiplicazione degli attacchi terroristici d'ispirazione jihadista, in Europa, nel corso di questi ultimi due anni, fra cui i tre recenti attentati perpetrati a Barcellona e a Turku, in Finlandia, pone con acutezza la questione dell'origine e delle cause di questa recrudescenza della violenza terroristica, che si è concretizzata in circa 38 attentati che hanno provocato decine di morti nella popolazione europea, lasciando tutte le religioni e tutte le comunità sbigottite e confuse.
Se è vero che i conflitti siriano ed iracheno hanno costituito un tipo di catalizzatore per questa ondata terroristica senza precedenti che ha colpito il Continente europeo - tenuto conto del ruolo centrale svolto dall'organizzazione terroristica ibrida ISIS, “Daech”, e, in una misura inferiore, da “Al Qaeda”, nella promozione dei nuovi concetti ideologici di quello che si vuole chiamare il “jihadismo globale” - la nascita e il consolidamento del pensiero jihadista deve molto anche a fattori endogeni, propri della società europea, laddove vivono frange delle Comunità musulmane in Europa, in particolare delle Comunità d'origine maghrebina, fortemente radicate in Francia, Belgio, Spagna, Germania, Paesi Bassi e Italia.
Questi fattori sono, tra l'altro, legati al sentimento di marginalizzazione, provato da alcuni giovani musulmani europei in mancanza di prospettive sociali rassicuranti; all'assenza di una politica di gestione efficiente delle questioni identitaria, culturale e religiosa; all'esacerbazione della xenofobia e del razzismo in alcune società europee, come testimoniano i successi elettorali di alcuni partiti di estrema destra.
Dinanzi a questa situazione, molti giovani musulmani europei, solitamente alle prese con le problematica dell'insuccesso scolastico e ridotti alla disoccupazione, si sono spinti verso la criminalità e la delinquenza, riempiendendo così gli ambienti carcerari in Europa nei quali alcuni di loro sono stati reclutati e indottrinati dagli ideologie dell'islamismo radicale.
Altri, in preda a una crisi identitaria, si sono rivolti verso i luoghi di culto controllati dai movimenti islamisti radicali (Fratelli Musulmani, Partito di Liberazione Islamica, Jamaat Al Adl Oual Ihsane), incubatrici dell'ideologia radicale, che orientano gradualmente le reclute verso “il Salafismo Jihadista” (raccomandato da Daech e Al Qaeda), che afferma che l'Occidente cristiano e “i Crociati” siano responsabili del declino della civiltà musulmana.
Di qui questa violenza inaudita, verificata nel corso degli attentati attribuiti a queste due organizzazioni terroristiche nel Continente europeo, che mostrano “una volontà apocalittica di distruzione massimale”, come si evince dagli attentati di Parigi (novembre 2015), di Bruxelles (marzo 2016), di Berlino (dicembre 2016), di Manchester (maggio 2017) e, più recentemente, di Barcellona (agosto 2017).
La maggior parte di questi attacchi ha la particolarità di essere stati realizzati da giovani elementi terroristici europei d'ascendenza maghrebina (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia); giovani per  quali l’unico legame con i Paesi del Maghreb è rappresentato dall'origine dei loro genitori o dei loro nonni. Questi giovani sono generalmente provenienti da ambienti svantaggiati in Europa; spesso hanno fallito nei loro studi e una parte di loro si è sviluppata in seno degli ambienti della delinquenza e della criminalità.
Per ciò che riguarda gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, si ritiene che gli elementi terroristici coinvolti siano tutti giovani belgi o francesi, nati e cresciuti in questi Paesi. Il kamikaze Ismael Omar Mostefai è un francese d'origine algerina, Samy Amimour è un altro francese d'origine algerina, Foued Mohamed Aggad è un francese d'origine marocchina, Brahim Abdeslam è un altro francese d'origine marocchina; e Abdelhamid Abaaoud, la mente degli attentati di Bruxelles, era un belga d'origine marocchina.
Nel caso degli attentati del 22 marzo 2016 a Bruxelles, si trova la stessa tipologia, cioè giovani cittadini belgi, certamente d'origine marocchina, ma che non hanno alcun legame con il Marocco, come i kamikaze Najim Laachraoui, Mohamed Abrini, Khalid El Bakraoui, Brahim El Bakraoui.
Gli attentati verificatisi il 17 e il 18 agosto 2017, a Barcellona e nella stazione balneare catalana di Cambrils, sono stati perpetrati da una cellula terroristica composta da 12 cittadini marocchini di età compresa tra i 17 e i 44 anni, tutti stabiliti in Spagna, cresciuti e scolarizzati in quel Paese. I fratelli Hichamy, Omar (21 anni) e Mohamed (24 anni), hanno accompagnato i loro genitori in Spagna fin dalla tenera età. I fratelli Abouyaaqoub, El Houssaine (19 anni) e Younes (22 anni), hanno vissuto in Spagna con i loro genitori sin dalla loro prima infanzia.
I fratelli Aalla, Said (19 anni), Youssef (22 anni) e Mohamed (27 anni), sono in Spagna, con i loro genitori, sin da quando erano bambini. Infine, Moussa Oukabir (17 anni) è nativo di Ripoll, in Spagna, mentre suo fratello, Driss (28 anni), vive in questo paese dall'età di 10 anni.
Da parte sua il cosiddetto imam Abdelbaki Essatty (44 anni), nato in Marocco, è un trafficante ben noto di stupefacenti, immigrato in Spagna nel 2000, dopo aver abbandonato la propria donna e i bambini, rimasti a Tetuan. Infine, Mohamed Hou Chemlal (21 anni), persona naturalizzata spagnola, vive in Spagna con i suoi genitori dall'età di 6 mesi.
L’evidenza di un gruppo terroristico staccato dal Regno marocchino sembra essere occultata da rappresentazioni mediatiche che tendono a mettere in primo piano le origini e la nazionalità marocchine delle persone coinvolte piuttosto di ammettere che si tratta di una deriva estremista di cui sono colpevoli, soprattutto, gli immigrati in rottura con le società d'accoglienza.
Da questo punto di vista, sarebbe errato demonizzare il paese d'origine dei terroristi in questione, dal momento che il Marocco non saprebbe, mai, essere responsabile del comportamento dei suoi cittadini cresciuti in Spagna, che sono europei a tutti gli effetti, e che semmai possono essere considerati prodotti della società nella quale vivono.
La stigmatizzazione gratuita del Marocco come “esportatore di terrorismo” equivarrebbe a fare credere che esista in Marocco una predisposizione genetica alla violenza, mentre la radicalizzazione dei terroristi nei loro Paesi di accoglienza si nutre dal fallimento delle politiche d'integrazione, unito ai problemi identitari, alle frustrazioni socioeconomiche, alla sensazione di rifiuto. Tutti fattori che rendono il radicalismo islamista più attraente, come è attestato dal caso recente del marocchino Abderrahmane Bouanane (23 anni), autore dell'attacco con coltello, del 18 agosto 2017, nella città finlandese di Turku. Bouanane è stato radicalizzato sul suolo finlandese, sposando le tesi di “Daech”, sotto l'influenza di un predicatore dell’odio stabilito in Finlandia.
La componente immigrazione è, ormai, determinante nel terrorismo che affligge i Paesi europei, dove gli attentati sono l'opera di giovani non integrati e radicalizzati, sia nelle prigioni, sia nelle moschee o nelle sale di preghiera non autorizzate, o che sono in contatto con intermediari dell’internazionale “jihadista”, incontrati sul web e sulle reti sociali.
Tuttavia, la radicalizzazione degli autori degli attentati di Barcellona nelle caverne di un luogo di culto di fortuna nella località di Ripoll, sotto l'influenza dell'imam autoproclamato Abdelbaki Essatty, dovrebbe suscitare un interesse dei media maggiore rispetto all’andare ad effettuare interviste a parenti lontani, fra cui i nonni che vivono in modo pacifico nei loro villaggi in Marocco.
Per concludere, se la minaccia terroristica incarnata da questa frangia di giovani terroristi europei d'ascendenza maghrebina espone direttamente l'Europa a un nuovo terrorismo di massa, ispirato da Daech e consimili, è diventata una fonte di preoccupazione di sicurezza principale per gli Stati europei, non occorrerebbe occultare la questione lancinante della minaccia trasversale, rappresentata da questi stessi giovani terroristici, contro i Paesi del Maghreb di cui sono originari i loro genitori e nonni, e dove le autorità di questi Paesi hanno messo in evidenza, in questi ultimi anni, la loro implicazione in progetti di attentati.
Piuttosto che consegnarsi a un esercizio di accuse non fondate e facili sulle origini di un terrorismo fondamentalmente ed esclusivamente europeo, occorrerebbe apprezzare e consolidare la dinamica di cooperazione eccellente che esiste in materia di lotta antiterroristica tra il Marocco e l'Europa (e riconosciuta da questi stessi Paesi europei!), e che ha permesso il fallimento di molti progetti di attacchi terroristici pianificati da Daech.

NB
Mentre scrivo, il ministero dell’Interno italiano fa sapere che: “Con un provvedimento firmato dal ministro dell'interno, Marco Minniti, è stata eseguita oggi, 28 agosto, l'espulsione di un cittadino marocchino, per motivi di sicurezza dello Stato.
Si tratta di un 37enne marocchino, detenuto per reati comuni, già inserito dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nel “1° livello di analisi (Alto)” per aver esternato il proprio compiacimento in occasione dell’attentato al Museo del Bardo di Tunisi, ritenuto “una giusta risposta all’intervento militare della Coalizione internazionale nei Paesi di religione mussulmana”.
Il marocchino espulso aveva, altresì, aggiunto che non avrebbe avuto difficoltà né ad entrare nello Stato Vaticano per compiere atti violenti né ad avvelenare la rete idrica di Roma.
Inoltre, in carcere aveva fatto parte di un sodalizio attivo nel proselitismo estremista guidato da un altro jihadista tunisino legato all’ideologia dell’autoproclamato stato islamico. Insieme ad altri detenuti, nel giugno 2015, aveva anche organizzato una violenta spedizione punitiva nei confronti di un altro recluso.
Per questi motivi, è stato adottato il provvedimento di espulsione a firma del ministro dell'Interno ed è stato rimpatriato oggi con accompagnamento nel suo Paese di provenienza con un volo diretto in Marocco decollato dalla Frontiera aerea di Roma-Fiumicino.

Con questo rimpatrio, il 71° del 2017, risultano 203 le espulsioni di soggetti gravitanti in ambienti dell’estremismo religioso eseguite con accompagnamento nel proprio Paese dal gennaio 2015 ad oggi”.

martedì 29 novembre 2016

ADAM, YOUSSEF E MALAK I NOMI PIÙ DIFFUSI TRA I FIGLI DEGLI IMMIGRATI IN ITALIA

Roma – 29 novembre 2016 – Di straniero tra un po’ avranno solo il passaporto e forse neanche quello se il Parlamento si deciderà finalmente a cambiare la legge sulla cittadinanza. Intanto, le bambine e i bambini nati in Italia da genitori immigrati hanno spesso nomi uguali a quelli dei figli degli italiani.
È l’Istat  a certificarlo nel suo report su “Natalità e fecondità della popolazione residente” pubblicato ieri, che tra le altre cose sottolinea come ormai anche gli stranieri in Italia fanno meno figli.
Per il secondo anno consecutivo, si registra una flessione tra i nati con almeno un genitore straniero: quasi 101 mila nel 2015, pari al 20,7% del totale dei nati a livello medio nazionale (circa il 29% nel Nord e solo l’8% nel Mezzogiorno). In calo anche i nati da genitori entrambi stranieri, che nel 2015 scendono a 72.096 (quasi 3 mila in meno rispetto al 2014). In leggera flessione anche la loro quota sul totale delle nascite (pari al 14,8%). Rimane comunque alto il contributo dell’immigrazione alla (scarsa) natalità in Italia, come dimostra il tasso di fecondità totale. Tra le italiane è fermo a 1,27 figli per donna, tra le straniere arriva a 1,94.
Tornando ai nomi, l’ Istat dice che i nomi più di moda tra i neonati italiani sono Francesco e Sofia. I bambini stranieri nati in Italia si chiamano invece più spesso Adam, Youssef, Rayan, ma anche Matteo, Alessandro, Davide e Mattia. Per le bambine il primato spetta a Sara, seguita da Sofia, Aurora e Malak. Nella classifica, che raccoglie nomi che arrivano spesso da culture molto lontane tra loro, c’è una variabilità molto alta. I primi trenta nomi maschili e femminili coprono poco più del 14% del totale dei nomi dei nati stranieri, mentre tra gli italiani bastano i primi quindici nomi per superare il 30% 
Le preferenze dei genitori stranieri si differenziano a seconda della cittadinanza. La tendenza a scegliere per i propri figli un nome diffuso nel paese ospitante piuttosto che uno tradizionale è spiccata per la comunità cinese. I bambini cinesi iscritti in anagrafe per nascita si chiamano Kimi, Kevin, Matteo, ma anche Federico, Luca e Andrea; il nome più frequente scelto per le bambine è Emily, seguito da Sofia, Angela e Elena. Un comportamento opposto si riscontra per i genitori del Marocco, che raramente scelgono per i loro figli nomi non legati alle tradizioni del loro Paese d’origine.

I genitori rumeni e albanesi, infine, prediligono tanto nomi molto diffusi in Italia quanto nomi più tipici della comunità di appartenenza. Cosi è frequente che i bambini rumeni si chiamino Matteo o Luca, ma anche David, Alexandru o Gabriel. Per le bambine i nomi prevalenti sono Sofia, Maria, Giulia e Alessia Maria. I bambini albanesi si chiamano prevalentemente Kevin e Noel, ma anche Andrea, Gabriel e Mattia; le bambine, Aurora, Noemi, Amelia, Emily e Melissa.


Stranieri in Italia

sabato 18 giugno 2016

Italia-Marocco: visita Amendola per rilanciare rapporti

RABAT, 17 GIUGNO – Sicurezza, terrorismo, cultura, economia: sono i temi affrontati nella due giorni di visita in Marocco del Sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Amendola, in un viaggio volto a rilanciare il rapporto bilaterale, ponendo le premesse per l’avvio di un partenariato strategico fondato su una serie di iniziative di natura politica, economica e culturale.

Incontrando il Primo Ministro, Abdelilah Benkirane, e numerosi altri esponenti politici marocchini, Amendola ha trasmesso il desiderio del governo italiano di rafforzare gli scambi e gli investimenti bilaterali, valorizzando anche il ruolo della comunità marocchina in Italia.

Il Sottosegretario ha sottolineato che settori come quello energetico e dello sviluppo delle PMI, nei quali l’Italia sta promuovendo importanti investimenti, rappresentano una piattaforma concreta di sviluppo, anche nell’ottica di un possibile impegno verso il continente africano. Con i suoi interlocutori, Amendola ha inoltre fatto il punto sulle principali crisi regionali, a partire dalla stabilizzazione della Libia, approfondendo l’impegno di Italia e Marocco per la loro soluzione. Nella seconda giornata il Sottosegretario ha visitato l’Istituto di formazione degli Imam “Mohammed VI”, il centro voluto dal re del Marocco per educare ai valori autentici dell’Islam moderato.

Con i responsabili marocchini sono state discusse forme di collaborazione nel campo della prevenzione della radicalizzazione, attingendo al patrimonio di esperienze e dalle capacità dell’autorevole Istituto di Rabat. A Casablanca, il Sottosegretario ha visitato la sede del Consolato Generale e delle principali istituzioni italiane, in una città che vanta importanti correnti di scambi economici e culturali con l’Italia.

Fonte: http://www.onuitalia.com/2016/06/17/italia-marocco-visita-amendola-per-rilanciare-rapporti/http://www.onuitalia.com/2016/06/17/italia-marocco-visita-amendola-per-rilanciare-rapporti/

sabato 30 aprile 2016

Nota di RACMI sulla “delegazione” di Polisario in Italia: Tanta propaganda e poca credibilità istituzionale.

Siena, 30 aprile 2016 - Tre persone del gruppo separatista Polisario sostenuto da Algeria, si sono recate, in questi giorni, presso la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica per tentare il raggiro di tali Istituzioni democratiche  ed ottenere un riconoscimento.
Il Governo italiano e la Farnesina non hanno ricevuto alcuna delegazione. Nessun comunicato ufficiale ha preceduto di fatto tale incontro anche se i vari siti Pro Fronte Polisario compresi i social networks ne hanno dato seguito attraverso fotografie.
Al contrario di quanto affermi scorrettamente un comunicato apparso sul sito web “Yahoo”, la Commissione Affari Esteri del Senato non ha incontrato i “Rappresentanti del popolo Saharawi”. Ogni incontro ufficiale viene comunicato attraverso la rete di informazione istituzionale e del presunto confronto della Commissione Affari Esteri del Senato con tali sedicenti persone non ne è stata data alcuna conferma.
Nella Camera dei Deputati, in una stanza aperta al pubblico, tali persone hanno incontrato due o tre senatori capitanati dall'onorevole Vaccari, conosciuto da tempo per i suoi costanti viaggi in Algeria.
La nota comunicativa infatti contiene le solite tracce riconducibili a tale Paese.
Altra scorrettezza informativa è riportata nel sito web di Beppe Grillo e Yahoo per Askanews, i cui incaricati hanno diramato erroneamente l'informazione secondo cui i campi “profughi” si troverebbero in Marocco manifestando una clamorosa ignoranza della geografia e della politica internazionale.
Condivisibili invece le parole della portavoce M5S presso il Parlamento Italiano, onorevole Ornella Bertorotta la quale ha commentato come di seguente le pretese della sconosciuta “delegazione” alla ricerca di una legittimità presso le Istituzioni italiane: "E' importante far luce sulle cause del conflitto e promuovere soluzioni pacifiche e definitive, affinché ogni parte possa risolvere le proprie controversie e migliorare la condizione di quelle persone che da decine di anni vivono nei campi profughi in una condizione di guerra e di miseria".
Una chiara bocciatura alla “delegazione”, sostenuta invece esclusivamente da alcuni deputati di “Sinistra Italiana” di poca rappresentanza e credibilità popolare in Italia.
Essi  hanno ricordato "l'attenzione con cui in Italia, da anni, segue” gli episodi del Polisario “attraverso una capillare rete di associazioni di solidarietà e di sostegno”. Purtroppo trattasi di solidarietà e di sostegno al Polisario e non alla popolazione dei campi di Tindouf. Tali associazioni mosse da spinte ideologiche nonché redditizie, non contemplano né affrontano la negazioni dell’essere umano e della sua dignità attraverso i suoi diritti fondamentali da parte dell’Algeria nei campi.
Scopo ormai risaputo che tale presunta “delegazione” abbia colto l'ennesima occasione  per chiedere fondi economici per il caldo estivo in arrivo, come aveva richiesto per la pioggia invernale.
Da aggiungere che la nostra amica Pia Locatelli ha  reso noto che “nel corso dell’incontro si è parlato delle continue violazioni dei diritti umani nei campi profughi Saharawi e si è affrontata la difficile prospettiva di stabilizzazione e pacificazione del Sahara occidentale”.
Ma ad Algeri, la comunicazione sulla “delegazione” ed i suoi incontri è stata chiaramente strumentalizzata e di altra natura : “La delegazione è stata ricevuta dal Governo italiano, dalla Camera dei Deputati, dal Senato della Repubblica e dai Partiti Politici che hanno sostenuto” le pretese della “delegazione”.
Quello che ignora chi cura il sito web di Beppe Grillo che il Polisario è un gruppo creato dall’Algeria per destabilizzare il Marocco. Quello che ignorano alcuni italiani è che esso non è riconosciuto né dall’Italia, né dall’UE, né dall’ONU. Due giorni addietro uno pseudo rappresentante del Polisario è stato estromesso e allontanato dalle forze dell’ordine da un incontro del Consiglio di Sicurezza perché rappresentante di un' entità non riconosciuta ufficialmente.
Con questo schiaffo alla “delegazione”, i politici italiani hanno detto basta! Basta strumentalizzazioni! Basta disinformazioni sul Marocco!
L'Algeria essendo il Paese di accoglienza dei campi di Tindouf deve rispettare i diritti degli abitanti di tali luoghi, partendo dal diritto di base di una vita dignitosa  scandita da processi fondamentali quali il censimento della popolazione, l'identificazione, la libera circolazione ed il lavoro.
Tale smentita plateale è stata possibile anche grazie alla sensibilizzazione promossa costantemente dalla società civile marocchina in Italia che rispetta il Paese di appartenenza ma anche il Paese di accoglienza, tutelando i suoi concittadini da strumentalizzazioni e manipolazioni mediatiche.

Un sentito grazie alla Comunità Marocchina in Italia,  un sentito grazie all'Italia che decide di non  essere Mozambico che sostiene Algeri, o Algeria che per motivi espansionistici ed interessi economici, fondanti, ha ideato il conflitto artificiale e sterile sul Sahara Marocchino a discapito di molti poveri innocenti in deserto algerino che noi continueremo a provare a difendere.

sabato 12 dicembre 2015

Associazioni italiane denunciano l’Algeria per le sue negazioni dei diritti dei Sahrawi nei campi di Tindouf

In occasione della Giornata mondiale della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, 10 dicembre, le associazioni sottoscritte portano all’attenzione dell’opinione pubblica, alle Istituzioni italiane tra cui il Governo e Parlamento ed a quelle internazionali, in particolare all’ONU ed all’UE quanto segue:
Denunciamo il Governo algerino per tutte le forme di negazione dei diritti dell’uomo perpetrate contro la popolazione dei campi saharawi a Tindouf come i diritti di base come l’espressione, il censimento e l’identificazione della popolazione, la circolazione, il lavoro, la sicurezza, la sanità, la casa, il ritorno al loro paese Marocco o la scelta di un paese terzo e chiediamo una pressione urgente sull’Algeria affinché rispetti i diritti di questa popolazione.
Apprezziamo la denuncia dell’Ufficio della Lotta Antifrode (OLAF) dell’UE del gennaio 2015 contro le deviazioni sistematiche ed organizzate degli aiuti umanitari internazionali da parte dell’Algeria ed i separatisti del Fronte Polisario. Visto che la popolazione di questi campi è sostenuta al cento per cento da tali aiuti, chiediamo a chi di dovere di controllare la raccolta e la consegna agli interessati; sospendere ogni forma di cooperazione con Algeria e sanzionare tale Paese che oltre a negare i diritti di tali “rifugiati”, essa perdura e specula da 40 anni sulla loro drammatica condizione di vita nelle tende e di case di “formiche” che crollano per ogni goccia di pioggia come è accaduto recentemente.
In occasione del 18 dicembre, il 40° anniversario dell’espulsione collettiva arbitraria e inumana di 45mila famiglie marocchine da parte del Governo algerino e la confisca dei loro beni, sosteniamo la causa sostenuta a livello mondiale della ONG “Associazione dei Marocchini Vittime d’Espulsione Arbitraria d’Algeria (AMVEAA)” per rendere giustizia a queste famiglie con la restituzione dei loro beni e loro diritti ed il risarcimento dei danni subiti.
Nonostante apprezziamo gli sforzi italiani nella gestione dell’emergenza migratoria e nell’accoglienza dei rifugiati negli ultimi anni, chiediamo all’ONU e all’UE di sostenere questi grandi sforzi e di verificare la possibilità di superare la convenzione di Dublino, donando il diritto alla circolazione per i rifugiati.
Continuiamo a protestare contro la discriminazione del Parlamento italiano che non vuole riconoscere i diritti sociali ai lavoratori marocchini ed alle loro famiglie residenti in Marocco, malgrado la firma dei governi del Marocco e d’Italia e l’approvazione del Parlamento marocchino della relativa convenzione.
Infine, chiediamo ai mass media ed agli organi di stampa italiana maggiore apertura alla diffusione delle nostre attività e delle nostre comunicazioni.

09 dicembre 2015
  Rete delle Associazioni della Comunità Marocchina in Italia (RACMI) – Siena. Forum Italo – Marocchino, Piemonte. Consiglio delle Relazioni Islamiche in Italia, Brescia. Unione delle Associazioni Marocchine in Liguria, Genova. Ass.  Nuovo Orizzonte, Pesaro. Ass.  Amici di Figline Val d’Arno, Firenze. Ass.  Futuro, Bergamo. Ass.  Almaghribia, Calabria. Ass.  Oued Eddahab, Siena. Ass.  Assalam, Livorno. Ass.  Alhouria, Brescia. Ass.  Amicizia Sardegna – Marocco. Ass.  Dialogo, Piemonte. Ass.  Donne e Diritti, Roma. Federazione Regionale Islamica, Trento Alto Adige. Ass.  Ouafaa, Lombardia.

giovedì 17 settembre 2015

ENEL punta al sole del Marocco. Vuole un impianto da un miliardo. FIAT sta ancora valutando la possibilità d’investimento in Algeria

Rabat - 17 settembre 2015 - Sono emersi importantissimi progetti nel corso di una missione, in Algeria e Marocco, del ministro per lo Sviluppo economico (Mise), Federica Guidi, affiancata da un folto gruppo di imprenditori, come la valutazione di Fiat, Iveco e Piaggio della possibilità di realizzare in Algeria fabbriche per costruire auto, camion e scooter. Però, di concreto, Enel installata dejà in Marocco, sta partecipando a un bando per realizzare in Marocco un impianto eolico da un miliardo di euro e l'Italia e il Marocco stanno aumentando la collaborazione in settori strategici come quelli automobilistico, aerospaziale, tessile e delle energie da fonti rinnovabili. L'Italia é il quinto partner commerciale del Marocco, con la presenza di più di 200 aziende italiane operanti in diversi settori come l'automobile, l'agro-alimentare, il trasporto marittimo e la logistica.
Per la sua sicurezza, la sua stabilità politica, la sua posizione in quanto porta d’ingresso in Africa e la sua credibilità, “Il Marocco è diventato un hub nel continente e un trampolino di lancio verso i paesi dell'Africa”, ha detto Guidi nel suo discorso di apertura del forum economico italo-marocchino, organizzato dall'ambasciata d'Italia a Rabat, in collaborazione con il Consiglio per lo sviluppo e la solidarietà.
Nell’incontro di Guidi e Abdelilah Benkirane, Capo del governo marocchino, le due parti hanno salutato la qualità delle relazioni d’amicizia e di cooperazione che uniscono Marocco e Italia, e hanno chiesto l’accelerazione dei risultati di concertazione in corso. Guidi ha espresso la “sua soddisfazione delle prospettive di cooperazione e di partenariato iniziati durante le concertazioni tra i responsabili marocchini e italiani e tra gli imprenditori dei due paesi” e ha reiterato la volontà del settore privato italiano d’investire in Marocco.
Da parte sua, il ministro marocchino dell'Industria, del Commercio, degli Investimenti e dell'Economia Digitale, Moulay Hafid El Alamy, ha confermato che suo paese può rappresentare per l'Italia una “testa di ponte” verso i mercati emergenti africani e un partner per competere sui mercati internazionali. “Il Marocco offre molti vantaggi competitivi”, ha detto el Alamy, invitando le imprese italiane a sfruttare il piano per lo sviluppo industriale approntato dal governo di Rabat, individuando nei settori automobilistico, aeronautico, tessile, turismo, infrastrutture, agro-alimentare e delle energie rinnovabili i comparti economici dove esiste maggior spazio di collaborazione.
L’Amministratore delegato di Enel Green Power Francesco Venturini che ha partecipato alla riunione tra il Ministro Guidi e Benkirane, ha affermato: “Il Marocco è stato un pioniere delle energie rinnovabili nel Nord Africa, stabilendo obiettivi ambiziosi e promuovendo un quadro normativo stabile e chiaro per lo sviluppo del settore. Abbiamo avviato la nostra attività nel Paese aprendo un sede locale e ora puntiamo a crescere con l'installazione di megawatt, contribuendo così al raggiungimento degli obiettivi energetici del Paese.” Enel sottolinea: “il Marocco offre rilevanti prospettive di crescita nelle rinnovabili grazie ad abbondanti risorse eoliche e solari, a condizioni macroeconomiche favorevoli, coniugate ad una crescente domanda di energia elettrica e a un quadro normativo affidabile”.
In Algeria, invece, oltre ai problemi dell’insicurezza e degli attentati terroristici, “il crollo del prezzo del petrolio e del gas sta creando problemi a una economia che trae oltre l’80% delle sue rendite pubbliche dagli idrocarburi”, puntano gli osservatori. In Algeria “ci sono grosse opportunità di investire — spiega Guidi — perché il governo di Algeri vuole continuare a portare avanti una politica di diversificazione dell’economia sviluppando infrastrutture e facendo crescere il settore privato”. Per fare nascere questo però bisognerebbe prima rimuovere alcune misure protezionistiche come quella che impone che in una impresa il capitale straniero debba essere limitato al 49%. “Abbiamo ribadito l’importanza che ha per noi il partenariato economico strategico bilaterale con l’Algeria — precisa il ministro — ma servono ovviamente concreti segnali di amicizia, sia attraverso l’adozione di norme che non impediscano gli investimenti stranieri, sia attraverso l’attribuzione di commesse a aziende italiane». Roberto Colaninno, presidente di Piaggio, anche lui a Algeri, illustra: “Siamo qui per verificare l’interesse del governo locale a investire nella mobilità: venendo dall’aeroporto ho visto che ne hanno molto bisogno, il traffico soffocante di Algeri assomiglia molto a quello di Roma e i mezzi che circolano, molto vecchi e inquinanti, sarebbero fuorilegge sulle strade italiane”.


giovedì 25 dicembre 2014

Il Marocco un partner da considerare di più

Esiste un paese nel Mediterraneo che non conosce crisi da oltre 10 anni e che ha trasformato la minaccia dell’instabilità derivante dall’affermarsi della “Primavera Araba” alle sue porte, in un’opportunità per favorire – con l’approvazione di una nuova costituzione - il rafforzamento dell’autonomia del Governo e offrire maggiori competenze legislative al Parlamento?
Esiste ed è un regno: il Regno del Marocco.
Sotto la guida di Re Mohammed VI il Paese, che gode di una posizione strategica di rilievo trovandosi al crocevia tra Africa, Europa e Medio Oriente, sta riuscendo a dispiegare appieno le sue potenzialità e continua a crescere ininterrottamente dal 2003, affermandosi progressivamente come porta d’accesso all’Africa.
I dati relativi all’interscambio tra il Marocco ed il resto dei Paesi nel continente africano, negli ultimi undici anni, registrano infatti una crescita ad un tasso medio annuo del 13% raggiungendo nel 2013 quasi 36 miliardi di dirham (pari a 3,2 miliardi di euro).
Le riforme realizzate negli ultimi anni hanno sicuramente prodotto significativi miglioramenti dell’ordinamento economico, sia attraverso il rafforzamento dei diritti di proprietà e la riforma della normativa sul lavoro e sia attraverso il miglioramento del sistema di supervisione del settore bancario e la liberalizzazione dei comparti dell’energia e delle telecomunicazioni.
Tutto ciò si è tradotto in una rapida crescita del tessuto produttivo con la nascita di nuove aziende e in un afflusso di capitali stranieri che vedono nel Marocco un Paese in grado di garantire le opportunità e le garanzie necessarie per poter fare affari. A dimostrarlo sono ad esempio i dati UNCTAD relativi agli investimenti diretti esteri nel 2013 che registrano – in controtendenza rispetto al dato regionale del Nord Africa – una crescita del 24% e ammontano a circa 2,9 miliardi di euro.
Le autorità marocchine sono costantemente impegnate nel favorire e incentivare l’attrazione di investimenti stranieri.
In base alle normativa locale, ad esempio, le società di diritto marocchino possono essere costituite da capitale al 100% straniero ed i proventi delle attività delle società estere in Marocco possono essere liberamente trasferiti all’estero, dopo verifica da parte dell’Office des Changes sull’avvenuto pagamento dei crediti a fornitori e dipendenti locali e delle imposte e per quanto riguarda l’Italia, la Convenzione contro la doppia imposizione è stata sottoscritta già nel 1972.
Vanno menzionati inoltre i costi competitivi che il paese offre in termini di manodopera con un salario medio di 375 euro mensili pur potendo contare su una popolazione giovane, qualificata e aperta al mondo: oltre il 64% della popolazione marocchina è al di sotto dei 34 anni e nel paese la conoscenza delle lingue straniere e delle nuove tecnologie è diffusa.
Anche i costi di esportazione che ricomprendono tutte le spese associate al completamento delle procedure di esportazione delle merci, sono molto competitivi e ammontano a 443 euro per container.
Per quanto riguarda i rapporti bilaterali, nell’ultimo anno l’interscambio, in crescita del 12%, si è attestato a 2,18 miliardi di euro e ha quasi raggiunto i livelli pre-crisi (nel 2008 il valore era 2,29 miliardi di euro).
L'Italia è il 6° fornitore estero per il Marocco, con una quota del 5,3% nel 2013, mentre nell’anno che volge al termine, fino a settembre si registra una flessione nell’interscambio tra i due Paesi e nelle esportazioni italiane verso il Marocco (- 6,2%) mentre sono in aumento del 5,2% le importazioni di prodotti marocchini in Italia.
Una cosa è certa quindi come conferma nel numero di novembre di “Diplomazia economica” anche il nostro Ambasciatore a Rabat, Roberto Natali:
“Esiste un ampio margine di crescita per la presenza della nostra imprenditoria anche perché, in generale, ho riscontrato una forte domanda di Italia. Non vanno sottovalutati l’interesse marocchino ad ampliare e diversificare i propri legami politici e commerciali, né la riconosciuta eccellenza italiana in specifici settori.”
L’Amb. Natali e il Direttore dell’ICE di Casablanca, Giovanni Bifulco sono stati impegnati lo scorso mese di ottobre nell’organizzazione della Missione di Sistema italiana in Marocco che ha previsto l’organizzazione di un Forum Economico a Casablanca e i successivi incontri business to business tra imprenditori italiani e locali.
La missione guidata dal Vice Ministro dello Sviluppo economico, il “globetrotter” Carlo Calenda, ha visto oltre ai rappresentanti istituzionali, la partecipazione di oltre 70 aziende italiane e 6 gruppi bancari proprio con l'obiettivo di approfondire le opportunità di business in particolare nei settori agroindustria, materiali e macchinari da costruzione, automotive e sanitario perché come ha affermato proprio Calenda: “Abbiamo un gap da recuperare e il Marocco è oggi il Paese strategico per le imprese italiane”.
Da quanto abbiamo avuto modo di approfondire sicuramente non si può dar torto al Vice Ministro che ha inoltre confermato a Casablanca un impegno promozionale sempre maggiore nel paese per far conoscere le nostre eccellenze.
Un altro evento di portata inferiore ma significativo e rappresentativo dell’interesse che le nostre imprese nutrono per il paese e al contempo dell’interesse da parte delle autorità locali a potenziare la qualità della partnership e a diversificare le opportunità di networking con la nostra comunità imprenditoriale, è stato il 16° Breakfast organizzato lo scorso 11 dicembre dallo Studio Legale Associato Nunziante Magrone presso la prestigiosa sede di Piazza di Pietra a Roma, dedicato proprio al Marocco.
Il rinnovato appuntamento con la regia di Gianmatteo Nunziante, partner dello Studio, ha visto la partecipazione, tra gli altri anche dell’Ambasciatore del Regno del Marocco in Italia, Hassan Abouyoub che nel suo intervento ha ricordato come oggi è il momento opportuno per fare un salto di qualità nel partenariato in considerazione delle evoluzioni della regione a livello geopolitico e della Direttrice dell’Ufficio di Roma dell’Agenzia marocchina per lo sviluppo degli Investimenti - AMDI, Yasmine Sbihi.
L’AMDI rappresenta un partner istituzionale fondamentale e la Dott.ssa Sbihi nel suo intervento ha fatto una panoramica sulle diverse opportunità offerte dalle ambiziose strategie di crescita settoriale pluriennale lanciate dal governo e ribadite anche dalla finanziaria per il 2015 che offrono opportunità concrete nei diversi settori su cui punta il paese (Edilizia, Energie Rinnovabili, Industria, TLC, IT, Pesca, Agricoltura e Agroindustria, Finanza e Logistica). Altro elemento chiave della strategia marocchina è naturalmente la fitta rete di accordi di libero scambio già in essere (ad esempio quello con gli Stati Uniti attivo dal 2005 o quello con la Turchia dal 2008) o in via di negoziazione (ad esempio con il Canada).
Per quanto riguarda l’Unione Europea invece il Marocco può contare sull’Accordo di Associazione dal 1996, mentre dal 2008 può contare sullo “status avanzato” che garantisce un rafforzamento delle relazioni sul piano politico e economico e testimonia la fiducia negli sforzi compiuti dal paese con le riforme intraprese.
Durante l’evento e i diversi interventi è emerso come negli ultimi anni si è assistito anche ad un importante sviluppo delle infrastrutture nel paese con la realizzazione e/o il potenziamento di 15 aeroporti internazionali, il potenziamento del Trasporto Urbano all’interno delle principali città, quello della rete autostradale e il ruolo sempre più importante del Porto di Tangeri simbolo di apertura nei confronti del Mediterraneo e della sua piattaforma logistica integrata.
Naturalmente, il Paese nonostante lo sviluppo economico costante di questi anni, soffre ancora di numerose criticità: disoccupazione elevata (9,2 %), povertà (PIL procapite medio annuo di 5.420 dollari nel 2013), analfabetismo (circa il 28 % della popolazione), un settore economico “informale” (sommerso) molto ampio, corruzione, violazione della proprietà intellettuale, infaffidabilità di alcuni operatori economici locali, lentezza della giustizia.

Tutto il mondo è paese verrebbe da dire e come ovunque crescita economica non significa automaticamente benessere sociale. Non si può non riconoscere come gli sforzi fatti finora dalla spinta riformatrice di Re Mohammed VI pur con tutti i limiti, abbiano già avuto delle risposte con un ricollocamento importante e sostanziale del paese sul piano regionale e internazionale e sarebbe ipocrita, da nostra prospettiva, non affermare quanto è importante continuare a puntare al rafforzamento delle relazioni bilaterali.
Le istituzioni e la classe imprenditoriale italiana saranno in grado di far fare il salto di qualità alle relazioni italo-marocchine?


Fonte: a cura di Exportiamo, di Antonio Passarelli, redazione@exportiamo.it

mercoledì 30 aprile 2014

Riforme, Renzi apre a modifiche su Senato, voto 10 giugno

ROMA (Reuters) - Il presidente del Consiglio Matteo Renzi sarebbe disposto ad accettare alcune modifiche al suo disegno di legge costituzionale che ridimensiona le competenze del Senato, ma non accetterà stravolgimenti all'impianto della riforma, in caso contrario arriva addirittura a minacciare di poter abbandonare palazzo Chigi.
Lo ha detto questa mattina lo stesso Renzi all'assemblea dei senatori del Pd, riassorbendo la fronda di una minoranza del partito che aveva avanzato una proposta di legge diversa, come riferiscono alcuni dei partecipanti. In serata poi, nel corso della registrazione del programma di RaiUno 'Porta a Porta', Renzi ha detto che il primo voto della riforma sarà non più entro il 25 maggio ma entro il 10 giugno: "Siccome la polemica era che l'iniziativa era solo a fine elettorale, vi mostriamo che non è così e arriviamo al 10 giugno per il voto in prima lettura, 15 giorni in più nessuno si scandalizza. Basta che non sia un modo per rinviare".
Le rettifiche riguarderebbero soprattutto la composizione e le modalità di designazione dei senatori, che comunque non sarebbero scelti con le elezioni politiche, ma, coerentemente con il progetto di "Senato delle autonomie", all'interno delle Regioni e dei Comuni.
"Non è un progetto autoritario, faremo tutti gli sforzi per trovare un punto comune. Ma se non si trova, sono pronto a fare un passo indietro. A tutti i costi non ci sto, piuttosto vado a a casa", ha detto il premier ai suoi senatori, come riferito da uno di loro.
"MANI LIBERE A REGIONI SU MODALITA' ELEZIONE SENATORI"
Renzi avrebbe poi avanzato una "proposta di sintesi" sulla designazione dei senatori: "Lasciamo alle Regioni le modalità di individuazione dei consiglieri regionali che ricopriranno il ruolo di senatori".
"Prendo poi atto delle critiche all'idea, mutuata dal Bundesrat tedesco, che il capo dello Stato nomini 21 senatori", ha aggiunto, come riferito da un secondo partecipante.
Al termine della riunione Renzi non ha rilasciato dichiarazioni, ma il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini ha detto: "Mi sembra che si vada verso l'elezione indiretta dei senatori e ci possa essere condivisione su questo nel Pd".
Il ddl costituzionale presentato dal governo in Senato per la prima lettura prevede che sia solo la Camera dei deputati ad esercitare la piena funzione legislativa, la sola a votare la legge di bilancio e ad avere un rapporto esclusivo di fiducia con il governo, esercitando il controllo su di esso.
Il nuovo Senato concorrerebbe comunque alla formazione delle leggi costituzionali, quelle di attuazione delle norme Ue, all'elezione del presidente della Repubblica e dei membri del Csm e della Consulta per la quota di competenza del Parlamento. Potrebbe poi avanzare proposte di modifica ai disegni di legge in discussione alla Camera che riguardano argomenti con ricadute sugli enti territoriali.
Quanto alla composizione - il tema al centro delle critiche all'interno e fuori dal Pd - il ddl governativo prevede che nel nuovo Senato siedano 148 rappresentati di Regioni e sindaci in quota paritaria più 21 nominati dal capo dello Stato (su 320 senatori attuali). Di diritto sarebbero senatori i presidenti di regione e provincia autonoma (Trento e Bolzano) e i sindaci dei capoluogo di regione e di provincia autonoma. Per gli altri ci sarebbe l'elezione indiretta da parte dei consigli regionali tra propri componenti (2 per ogni regione) e da parte di una assemblea di sindaci di ciascuna regione tra i loro componenti (2 per ogni regione).
Ma Vannino Chiti e altri senatori del Pd hanno depositato in Senato una proposta alternativa che prevede di mantenere l'elezione dei senatori direttamente dai cittadini.
"C'è un approfondimento in corso", ha detto oggi Chiti. "Una possibile mediazione è che alle elezioni dei consigli regionali i cittadini scelgano dei consiglieri che siederanno anche in Senato".
La relatrice del provvedimento al Senato, Anna Finocchiaro del Pd, dovrebbe presentare il disegno di legge dell'esecutivo assieme ad alcuni emendamenti concordati tra maggioranza e governo in commissione Affari costituzionali all'inizio della prossima settimana, probabilmente martedì prossimo come ha detto una fonte del Pd. Dopodiché potrà partire l'iter di approvazione.
"Chiti, se vorrà, potrà riformulare le sue proposte come emendamenti, ma mi sembra che il partito non sia disposto a mettere altri ostacoli", ha detto una fonte della corrente di minoranza del Pd.
Renzi puntava ad ottenere il primo voto parlamentare del suo ambizioso ddl, che toglie anche alcuni poteri alle Regioni ed abolisce il Cnel, proprio in Senato prima delle elezioni europee del 25 maggio.
Ma la resistenza di Forza Italia, che pur essendo all'opposizione ha stretto un patto con Renzi per fare le riforme istituzionali e cambiare la legge elettorale, e la fronda interna al Pd ha costretto Renzi ad accettare lo slittamento del voto a dopo le Europee, il 10 giugno, e a cercare una mediazione sui contenuti.
(Roberto Landucci e Alberto Sisto)


30 aprile 2014

martedì 4 febbraio 2014

Cooperazione: Italia-Marocco, firmato gemellaggio tra comuni di Liveri (Na) e Dakhla

Dakhla 04 febbraio 2014- E’ stato firmato oggi l’accordo di gemellaggio tra la città marocchina di Dakhla e Liveri, comune italiano della provincia di Napoli. La firma è avvenuta in Marocco alla presenza del presidente del consiglio comunale di Dakhla, Sidi Slouh Joumani e dal sindaco di Liveri, Raffaele Coppola. L’accordo ha come obiettivo quello di rafforzare la cooperazione e lo scambio di esperienze economiche, culturali e turistiche tra le due città.
Il sindaco Coppola ha sottolineato che questo gemellaggio “interviene nell’ambito degli sforzi degli immigrati marocchini residenti in Italia per favorire il ravvicinamento tra il popolo marocchino e il quello italiano”.
Il presidente del consiglio del comune marocchino, Sidi Slouh Joumani, ha evidenziato l’importanza di questo accordo “che permetterà alla sua città di usufruire dell’esperienza della città italiana nell’aspetto turistico e culturale”, aggiungendo che “una delegazione di Dakhla visiterà prossimamente Liveri”.
La visita a Dakhla è stata, inoltre, l’occasione per la delegazione, composta anche dai membri della giunta del comune napoletano di conoscere i progetti socio-economici e culturali in corso nella regione Oued Eddahab-Lagouira.