mercoledì 24 febbraio 2016

ALGERIA. Alcune violazioni dei diritti umani nel 2015 (Amnesty International)

Le autorità hanno imposto restrizioni alle libertà d’espressione, associazione e riunione, arrestando, perseguendo e incarcerando manifestanti pacifici, atti­visti e giornalisti. Le donne dalla violenza subiscono ancora. I responsabili di tortura e altre gravi violazioni dei diritti uma­ni compiute nel corso degli anni Novanta hanno continuato a eludere la giustizia. I migranti irregolari hanno subìto trattamenti deplorevoli, comprese espulsioni som­marie. I tribunali hanno emesso condanne a morte; non ci sono state esecuzioni.

CONTESTO
A gennaio, nel sud del paese si sono svolte manifestazioni di protesta senza precedenti contro il fracking, il sistema di fratturazione idraulica della roccia per estrarre gas di scisto.
A luglio, almeno 25 persone sono rimaste uccise e altre sono state ferite nel corso di violenze tra comunità nella valle del M’zab, 600 km a sud della capitale Algeri.
Secondo fonti di stampa, in varie parti del paese si sono verificati scontri tra le forze di sicurezza e gruppi armati d’opposizione.
Le autorità hanno dichiarato che le forze di sicurezza avevano ucciso 109 persone accusate di essere membri di gruppi armati, ma hanno fornito scarse informazioni sulle circostanze delle ucci­sioni.
Il gruppo armato al-Qaeda nel Maghreb islamico Aqmi ha rivendicato la responsabilità di un attentato compiuto a luglio nella provincia settentrionale di Ain Defla, costato la vita a 14 soldati.
Le autorità hanno continuato a respingere le richieste di visita nel paese da par­te di organismi ed esperti sui diritti umani delle Nazioni Unite, come quelli sulla tortura, l’antiterrorismo, le sparizioni forzate e la libertà d’associazione1. Le auto­rità hanno continuato a non rilasciare il visto d’ingresso nel paese al personale di Amnesty International per condurre ricerche sui diritti umani.

LIBERTÀ DI RIUNIONE
A gennaio, le autorità hanno risposto alle proteste contro la disoccupazione orga­nizzate nella città meridionale di Laghouat arrestando attivisti e manifestanti pa­cifici, compresi alcuni che avevano aderito alle proteste in segno di solidarietà con gli attivisti detenuti. Alcuni degli arrestati sono stati processati per accuse come partecipazione a “raduni non armati”; tra questi c’erano Mohamed Rag, Belkacem Khencha e altri membri del Comitato nazionale per la difesa dei diritti dei disoc­cupati (Comité national pour la défense des droits des chômeurs – Cnddc), i quali sono stati condannati con sentenze da uno a due anni di reclusione, alcune in se­guito ridotte in appello.
A marzo, un tribunale della città meridionale di El Oued ha condannato cinque manifestanti pacifici a reclusioni fino a quattro mesi.
A ottobre, una corte di Tamanrasset ha condannato sette manifestanti a un anno di carcere;
A ottobre, una corte di Tamanrasset ha condannato sette manifestanti a un anno di carcere.
Le autorità hanno confermato la messa al bando di qualsiasi manifestazione ad Algeri. A febbraio, le forze di sicurezza hanno impedito lo svolgimento di un radu­no pacifico a sostegno dei manifestanti contro il fracking, arrestando i partecipanti mentre giungevano sul luogo della protesta e trattenendoli per diverse ore.
A giugno, la polizia ha disperso con la forza una protesta pacifica organizzata da Sos Disparus, un’organizzazione impegnata in campagne a favore delle vittime di sparizioni forzate durante il conflitto interno degli anni Novanta, alla quale parte­cipavano anche anziani parenti delle persone scomparse, la cui sorte non è mai stata rivelata dalle autorità.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE
Le autorità hanno perseguito giornalisti, fumettisti, attivisti e altre persone per oltraggio, diffamazione e accuse analoghe.
A febbraio, un tribunale di Oran ha giudicato Mohamed Chergui colpevole di aver insultato il profeta Maometto, dopo che il quotidiano per cui lavorava, El Djoumhou­ria, lo aveva denunciato per un articolo che questi aveva inviato al giornale, conte­nente riferimenti a una ricerca accademica sull’Islam condotta all’estero. È stato condannato a tre anni di carcere e al pagamento di un’ammenda di 200.000 dinari algerini (circa 1.900 dollari Usa), in sua assenza. La sua condanna è stata poi ridot­ta a un anno con sospensione della pena, per la quale ha fatto ricorso.
A marzo, un tribunale di El Oued ha condannato l’attivista anticorruzione e mem­bro del Cnddc Rachid Aouine al pagamento di una multa di 20.000 dinari algerini (circa 190 dollari Usa) e a sei mesi di reclusione, pena poi ridotta a quattro mesi in appello, ritenendolo colpevole di “istigazione a raduno non armato”. L’accusa si riferiva a un commento sarcastico postato su Facebook.
Il giornalista Abdelhai Abdessamia è stato rilasciato su cauzione a settembre, dopo aver trascorso oltre due anni in carcere in detenzione preprocessuale. Lavorava per i giornali Djaridati e Mon Journal fino alla chiusura delle due testate da parte delle autorità, avvenuta nel 2013 per la diffusione di notizie sulla salute del presidente Bouteflika. Le autorità lo accusavano di aver aiutato il direttore editoriale delle testa­te a lasciare clandestinamente il paese per andare in Tunisia. Dopo il suo arresto, nel 2013, Abdelhai Abdessamia era stato trattenuto per sei giorni in detenzione arbitraria dalla polizia giudiziaria, in violazione della legislazione algerina, prima di essere consegnato per l’interrogatorio alla gendarmeria nazionale e alla sicurezza militare.
A ottobre, le forze di sicurezza hanno arrestato l’attivista Hassan Bouras, membro di rilievo della Lega algerina per la difesa dei diritti umani (Ligue Algérienne pour la Défense des Droits de l’Homme – Laddh), nella città occidentale di El Bayadh. A fine anno era ancora in carcere, mentre era sotto indagine per “insulto alle istituzioni pubbliche” e “istigazione di cittadini o residenti a impugnare le armi contro le autorità del­lo Stato o gli uni contro gli altri”, accuse che potevano comportare la pena di morte.
A novembre, un tribunale di El Oued ha condannato il fumettista Tahar Djehiche a sei mesi di carcere e a una multa di 500.000 dinari algerini (circa 4.600 dollari Usa), per “insulto” al presidente Bouteflika e “istigazione” di altri a unirsi a una protesta per il gas di scisto, in un commento che aveva pubblicato sulla sua pagina Facebook. Era già stato assolto in precedenza da un tribunale di primo grado. A fine anno era in libertà in attesa dell’esito dell’appello presso l’Alta corte.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE
Associazioni che avevano cercato di registrarsi legalmente secondo la Legge 12-06, compresa Amnesty International Algeria, sono rimaste in una sorta di limbo legale in attesa che le autorità fornissero una risposta alla loro domanda di regi­strazione. La legge, in vigore dal 2012, imponeva generiche e arbitrarie restrizioni per la registrazione delle associazioni e prevedeva il reato di appartenenza a un’as­sociazione non registrata, sospesa o sciolta, punibile con una pena carceraria fino a sei mesi e il pagamento di un’ammenda.

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI
A agosto, le autorità italiane hanno arrestato l’avvocato per i diritti umani Rachid Mesli, fondatore di Alkarama, una Ngo per i diritti umani con sede a Ginevra, e rifugiato politico in Svizzera. Il suo arresto è avvenuto dopo che le autorità algerine avevano chiesto la sua estradizione, con l’accusa di aver fornito telefonini e video­camere a gruppi terroristici, imputazioni per le quali era stato giudicato colpevole in contumacia in Algeria, sulla base di una sua precedente “confessione” che egli aveva dichiarato essergli stata estorta sotto tortura. Le autorità giudiziarie italiane lo hanno posto agli arresti domiciliari per oltre tre settimane, prima di revocare il provvedimento e permettergli di ritornare in Svizzera.
A dicembre, le autorità locali hanno vietato un evento di formazione ad Algeri ai membri del Coordinamento del Maghreb delle organizzazioni per i diritti umani, tra cui difensori dei diritti umani provenienti da Algeria, Marocco, Tunisia e Mauritania.

SISTEMA GIUDIZIARIO
A luglio, il governo ha emanato un decreto che apportava emendamenti al codice di procedura penale, che ampliava le alternative alla detenzione preventiva e prepro­cessuale. Ai sospettati veniva specificatamente garantito il diritto di accedere agli avvocati durante la detenzione preprocessuale, ma non durante l’interrogatorio.
A luglio, a seguito degli scontri mortali nel nord della regione Saharan, le forze di sicurezza hanno arrestato 25 persone a Ghardaia, tra cui Kameleddine Fekhar e altri attivisti che supportavano l’autonomia della regione del Mzab, ponendoli in detenzione preprocessuale per indagini su sospetti di terrorismo e istigazione all’odio. A fine anno erano ancora in carcere.

DIRITTI DELLE DONNE
A dicembre, i legislatori hanno modificato il codice penale, rendendo reato la vio­lenza fisica contro il coniuge e gli attacchi indecenti contro le donne in pubblico (non in casa).
Tuttavia, le donne continuavano a non essere adeguatamente protette dalla violen­za di genere, in assenza di una legge esauriente, e il codice penale continuava a concedere l’impunità giudiziaria agli uomini responsabili dello stupro di ragazze al di sotto dei 18 anni, se sposavano la loro vittima.

IMPUNITÀ
Nel 2015 ricorreva il 10° anniversario della Carta per la pace e la riconciliazione nazionale, che garantiva alle forze di sicurezza l’immunità per i crimini commessi durante il conflitto interno degli anni Novanta e negli anni successivi e criminaliz­zava chi criticava pubblicamente la loro condotta durante gli anni del conflitto.
Le autorità hanno continuato a non indagare sulle migliaia di sparizioni forzate e altre gravi violazioni dei diritti umani e abusi, a non assicurare alla giustizia i respon­sabili e a non fornire rimedi legali efficaci alle famiglie delle vittime. I familiari delle persone scomparse, ancora impegnati nella ricerca di verità e giustizia per i loro cari, sono stati posti sotto sorveglianza e ripetutamente convocati dalle forze di sicurezza per essere interrogati.

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI
Profughi e migranti subsahariani hanno continuato a entrare irregolarmente in Algeria, passando per lo più attraverso i confini meridionali, dove si è verificata la maggior parte degli arresti di migranti e richiedenti asilo, effettuati dalle forze di sicurezza algerine. Secondo fonti di stampa, ad aprile l’esercito algerino ha arrestato circa 500 migranti subsahariani vicino al confine con il Niger.

PENA DI MORTE

I tribunali hanno emesso decine di condanne a morte, per lo più per omicidio e reati di terrorismo, riguardanti anche casi giudiziari risalenti al conflitto interno degli anni Novanta. 

venerdì 5 febbraio 2016

Marocco. Noor dell’energia solare rinnovabile è la prima nel mondo

Comune Ghessate (provincia di Ouarzazate) 05 febbraio 2016 – Sua maestà il Re Mohammed VI del Marocco ha presieduto, ieri, al comune Ghessate (provincia di Ouarzazate), la cerimonia di messa in servizio della prima centrale del complesso solare “Noor -Ouarzazate”, battezzata “Noor I”, e ha proceduto al lancio ufficiale dei lavori di realizzazione della seconda e terza centrale di questo megaprogetto (Noor II e Noor III).
All'inizio di questa cerimonia, il presidente di MASEN (Moroccan Agency for Solar Energy), Mustapha Bakkoury ha presentato i progressi del piano solare marocchino, le tappe chiave del processo di sviluppo della prima centrale del complesso solare di Ouarzazate e le sue prospettive.
“Partecipando alla diversificazione delle fonti dell’energia nazionale, la centrale Noor I, i cui lavori di realizzazione sono stati avviati dal re il 10 maggio 2013, si iscrive in linea diritta con la visione del sovrano di ottimizzare lo sfruttamento delle risorse naturali del Marocco, preservare il suo ambiente, perpetuare il suo sviluppo economico e sociale e di garantire l’avvenire delle generazioni future”, ha sottolineato Bakkoury.
“La centrale Noor I è la più grande al mondo finora con una capacità di produzione di 160 MW, è una tappa importante nell'attuazione dei grandi progetti di energie rinnovabili, in linea con l'obiettivo di portare la parte delle fonti rinnovabili nel mix elettrico nazionale dal 42 per cento nel 2020 a 52 pc nel 2030, come annunciato dal Sovrano in occasione della COP 21 a Parigi”, ha garantito.
La costruzione della Noor I è stata realizzata in 30 mesi ed ha mobilitato più di 2.000 dipendenti.
Il progetto di Noor contribuisce allo sviluppo socioeconomico e culturale della regione, all'apertura di molti villaggi vicini ed alla nascita di nuovi prodotti turistici, al servizio dell'irradiazione all'internazionale della provincia di Ouarzazate.
Da parte sua, il Direttore generale dell'Ufficio Nazionale dell'Elettricità e dell'Acqua Potabile (ONEE), Ali Fassi Fihri, ha indicato che “la richiesta in materia d'elettricità è quasi triplicata, dal 1999, registrando più di 34.000 GWh alla fine del 2015”. “È in questo contesto energetico che interviene la strategia energetica nazionale che accorda un posto di scelta alla promozione delle energie rinnovabili, attraverso un insieme coerente di programmi di energie rinnovabili, integrati, ambiziosi e pragmatici e soddisfacendo le nuove necessità del nostro paese, in particolare per la produzione d'acqua con dissalamento, trasferimento o depurazione”, ha proseguito Fassi Fihri.
Questi programmi hanno permesso al Marocco di lanciarsi in una transizione energetica che conosce oggi una svolta storica grazie al forte impulso ed accelerazione notevole che gli è stata data in seguito alla decisione Reale di aumentare la parte delle fonti rinnovabili nel mix elettrico nazionale.
“Il Marocco, con questa strategia ambiziosa ma realistica, offre, chiaramente, reali opportunità d'investimenti nel settore dello ENR”, ha garantito Fassi Fihri, notando che per il periodo 2016-2030, la capacità rinnovabile addizionale totale da realizzare tocca oltre 10.000 MW per un investimento stimato di quasi 280 miliardi di dirham portato da Masen ed i produttori indipendenti.
La centrale Noor I messa a moto dal Re Mohammed VI, è un progetto di produzione sotto forma IPP (Independent Power Producer), sviluppato su una superficie di circa 480 ettari sulla base della tecnologia termo-solare (categoria socio professionale), con captatori cilindro-parabolici ed una capacità di stoccaggio di 3 ore a piena potenza. Questo progetto ha mobilitato investimenti di 7 miliardi Dh.
Nella stessa occasione il Re ha avviato i lavori di realizzazione della seconda e terza centrale del complesso solare Noor Ouarzazate (Noor II e Noor III). Di una potenza di 200 MW ed una capacità di stoccaggio di minimo sette ore, la centrale Noor II (810 milioni di euro) sarà sviluppata sulla base della tecnologia termo-solare (categoria socio professionale), con captatori cilindro-parabolici e sarà stabilita su una superficie di 680 ha.
Mobilitando investimenti di 645 milioni di euro, Noor III metterà definitivamente il regno all'avanguardia tecnologica con l'utilizzo della tecnologia giro termo-solare. Sarà di una capacità di 150 MW con quasi 8 ore di stoccaggio. Questa tecnologia promette ulteriori prestazioni migliori.
I tre progetti, composti ad un'ultima fase fotovoltaica (Noor IV), faranno di Noor Ouarzazate il più grande sito di produzione solare multi - tecnologica al mondo con una capacità di 580 MW ed un investimento totale superiore a 24 miliardi di dirham, senza contare le infrastrutture comuni sviluppate da Masen e la ONEE per le necessità dei sviluppatori. Quest'infrastrutture servono per le necessità di collegamento elettrico, di trasporto stradale, d'adduzione in acque grezza e potabile, di scarico, di telecom, e di sicurezza.
Questa cerimonia si è svolta in presenza in particolare del capo del governo, dei presidenti delle due camere del Parlamento, di consiglieri del re, di membri del governo, dei rappresentanti degli Stati ed istituzioni internazionali che hanno apportate i loro contributi al finanziamento di questo megaprogetto, membri del corpo diplomatico accreditato in Marocco.


mercoledì 3 febbraio 2016

Polisario implicato nelle reti di terrorismo e criminalità organizzata internazionali

Rabat, 03 febbraio 2016 - Le autorità mauritane hanno sequestrato nel nord del paese, sabato scorso, una importante quantità di droga, di cui due tonnellate di cocaina, e hanno fermato decine di trafficanti di diverse origini fra cui algerini e elementi del gruppo separatista Polisario.
Secondo gli investigatori la droga arriva via mare al golfo di Guinea o via aereo in Mauritania e in Mali prima di arrivare alle sponde del Mediterraneo passando dal Sahel e dai campi dello stesso Polisario di Tindouf  in Algeria.
Questi vari sviluppi mettono in evidenza l'intensificazione delle attività criminali transfrontaliere, nelle quali molti membri vicini ai dirigenti separatisti sono implicati. Prova all'appoggio, i separatisti sono stati recentemente interpellati dalle autorità del paese ospitante, l'Algeria, sin dal loro ritorno dal Mali, cioè, per loro legami con le reti terroristiche basate al Nord di questo paese dell'Africa sub-sahariana. Fra i separatisti interpellati appare in particolare il figlio di un ex Capo della cosiddetta “Quinta Regione Militare”.
D'altra parte le autorità marocchine hanno smantellato il 02 febbraio in Marocco, una cellula di sette terroristi legati a Daech che erano pronti a raggiungere i campi di questa organizzazione in Libia con la complicità di membri del Polisario che avevano combattuto  a fianco del Gheddafi fino all’ultimo momento.
I presunti terroristici avevano inizialmente preparato di ricongiungersi alle file di ISIS nella regione Siria - Iraq poi hanno cambiato la destinazione per raggiungere le truppe dello “Stato Islamico” di Abu Bakr Al Baghdadi in Libia via la frontiera tra Marocco e Mauritania poi via Tindouf e Algeria, contando sull’esperienza dei membri addestrati e armati del Polisario, molto attivi e specializzati nell’attraversamento delle piste del deserto del Sahara e che danno da fare nel traffico di ogni genere nelle bande della criminalità organizzata.
I presunti terroristi erano attivi nelle città meridionali di Marrakech, Laayoune e Boujdour e avrebbero pianificato l’acquisto di armi ed esplosivi per compiere attentati terroristici.
la zona desertica estesa dal nord della Mauritania, Algeria compressi campi “saharawi” di Tindouf, Mali fino alla Libia che si considera “grigia” o “rossa” per la mancanza di sicurezza e legge degli Stati, è diventata meta degli uomini del terrorismo internazionale di varie sigle e dei contrabbandieri internazionali della cocaina latino-americana verso l’Europa.


giovedì 28 gennaio 2016

I diritti delle minoranze religiose in terra d’Islam. Marocco avanguardista. Applausi da Obama.


Marrakech, 28/01/2016 – È concluso il Congresso internazionale intitolato: “I diritti delle minoranze religiose in terra d’Islam: il quadro giuridico e l’invito all’azione”, organizzato dal 25 al 27 gennaio 2016 a Marrakech dal Ministero marocchino degli Habous e degli Affari islamici e dal Forum per la Promozione della Pace nelle società musulmane, sotto l’Alto Patronato di S.M. il Re Mohammed VI. A tale appuntamento hanno partecipato più di 300 politici, ministri, Ulema, ricercatori, scienziati e rappresentanti delle religioni interessate alla questione dello statuto delle minoranze in terra d'Islam e delle organizzazioni internazionali.
In questa occasione il Re Mohammed VI ha inviato un messaggio ai partecipanti, mentre il Presidente americano Barack Obama ha lodato l’evento, e infine i partecipanti hanno promosso la “Dichiarazione di Marrakech”.
Re Mohammed VI Marocco avanguardista nel garantire i diritti religiosi
Il sovrano ha ricordato che il Marocco è sempre stato una terra di dialogo interreligioso. Questa tradizione si perpetua oggi ancora attraverso la preservazione dei diritti dei musulmani e dei non musulmani senza distinzione: “Nella nostra qualità di Amir Al-Mouminine e di protettore della religione e della Comunità e gli adepti, ci incarichiamo di mantenere i diritti dei musulmani e dei non musulmani senza distinzione tra loro”.
I musulmani marocchini non hanno mai trattato gli ebrei come una minoranza, che erano presenti in tutte le attività ed in tutti i domini, ha ricordato il sovrano, il Marocco perpetua attualmente la stessa tradizione permettendo ai cristiani, tutte le chiese e le comunità residenti legalmente in Marocco, di svolgere i loro doveri religiosi.
Il re Mohammed VI ha proseguito nel suo messaggio: “La nostra gestione attuale degli affari religiosi in Marocco mira, tra altri oggettivi chiavi, ad opporsi a qualsiasi leggerezza nell'interpretazione dei testi religiosi, in particolare per quanto riguarda la Jihad, argomento di cui i nostri Ulema hanno pubblicato una dichiarazione forte alcune settimane fa”.
È importante ricordare il ruolo del Marocco nell'intesa tra le religioni perché è uno dei paesi rari musulmani dove ebrei e cristiani possono andare alle sinagoghe ed alle chiese in modo naturalissimo. È anche il paese che ha istituito nella sua costituzione del 2011, la componente ebraica dell'identità marocchina.
Lodi di Obama
All’occasione della commemorazione del 71imo anniversario della liberazione dei campi di Auschwitz, il Presidente americano Barack Obama ha lodato le iniziative che operano a favore della protezione delle minoranze religiose, dando l'esempio dell’evento di Marrakech insistendo su tali iniziative nel ravvicinamento tra le confessioni e la lotta contro l’odio religioso. Questo richiamo di Obama non poteva non toccare gli ebrei attraverso il mondo che hanno una Storia particolare con il Marocco. Gli ebrei non hanno mai dimenticato che il re Mohamed V, nonno dell’attuale Re Mohammed VI, aveva protetto gli ebrei marocchini contro il regime di Vichy in Francia, alleato dei nazisti.
Dichiarazione di Marrakech:
I partecipanti al congresso hanno rivolto appelli:
Alle diverse Comunità religiose unite dallo stesso legame nazionale a ricostruire il passato con la riattivazione del patrimonio comune e tendere le passerelle della fiducia lontano dalle tentazioni di scomunica e di violenza, e a curare le traumi memoriali nate di focalizzazione selettiva reciproca sui fatti particolari e l'occultamento di secoli di vita comune su una stessa terra.
Alla Comunità internazionale di decretare leggi che penalizzano le offese alle religioni, i danni ai valori sacri e tutti i discorsi d'incitamento all’odio ed al razzismo, sottolineando che non è autorizzato di strumentalizzare la religione per privare le minoranze religiose dei loro diritti nei paesi musulmani.
Ai politici e le istanze decisionali ad adottare le misure costituzionali, politiche e giuridiche necessari per dare corpo alla cittadinanza contrattuale e sostenere le formule e le iniziative che mirano ad indurre i legami d'intesa e di coesistenza tra le Comunità religiose che vivono in terra d'islam.
Agli intellettuali e alla società civile di favorire l'emergenza di un'ampia corrente sociale che fa giustizia alle minoranze religiose nelle società musulmane suscitando una presa di coscienza quanto ai diritti di queste minoranze. Loro beneficio anche sui piani intellettuali, culturali, educativi e mediatici per preparare un terreno propizio alla nascita di questa corrente sociale.
La dichiarazione di Marrakech sottolinea anche le finalità “della Carta di Medina”, che contengono numerosi principi della cittadinanza contrattuale, come la libertà di culto, la libertà di movimento, la libertà di possedere dei beni, il principio di mutua assistenza pubblica e quello della difesa comune. A ciò si aggiunge il principio d'uguaglianza dinanzi alla legge. “La carta di Medina”, che è perfezionare armonia con la carta delle Nazioni Unite, costituisce un quadro adeguato per le costituzioni nazionali dei paesi a maggioranza musulmana.

I partecipanti hanno messo l'accento sulla necessità di cooperare tra tutte le religioni e l'imperativo della sua urgenza. Questa cooperazione è fondata sugli atti e non soltanto sui desideri generali di concordanza e di rispetto. Questa cooperazione deve essere fondata sull'impegno di rispettare scrupolosamente i diritti e le libertà con l'obbligo di iscriverle nel quadro della legge al livello di ogni Stato. 

mercoledì 30 dicembre 2015

CONGRESSO DEL POLISARIO TRA IL VETO ALGERINO E I DETTAMI DEL MALAFFARE

Belkassem Yassine*

 30 dicembre 2015

CONGRESSO DEL POLISARIO TRA IL VETO ALGERINO E I DETTAMI DEL MALAFFARE

L’organizzazione separatista Polisario ha terminato il suo quattordicesimo congresso tra il 16 ed il 22 dicembre scorso in Algeria, ma i risultati sono come nei precedenti anni fallimentari.

Alcuni congressisti ed invitati credevano che si trattasse di un’ultima occasione per rivedere la situazione e realizzare il cambiamento volto alla presa in carico e riduzione della tragedia dei “rifugiati” dal peso della loro dirigenza, e affrontare le totali negazioni dei diritti umani perpetrate dall’Algeria nei campi di Tindouf. Essi erano convinti che si sarebbero adottate scelte realistiche e concrete volte alla soluzione finale della situazione del “rifugio” durata quaranta anni. Essi credevano seriamente che il congresso avrebbe portato all'elezione di un nuovo capo, avrebbe rinnovato i volti e le figure di spicco ed avrebbe annunciato finalmente guerra aperta contro il malaffare nei campi. Nulla di tutto ciò.

Proprio, pochi giorni prima del congresso è avvenuto un veto algerino che ha scacciato radicalmente tutto. È accaduto che al Palazzo El Mouradia ad Algeri, il Presidente algerino Abdelaziz Bouteflika aveva ricevuto lo stesso capo del Polisario. L’ingerenza algerina è andata oltre con l’ammonizione dell’Esercito di sostenere chiaramente la candidatura di Mohamed Abdelaziz. Visto che l’ordine dell'Algeria ovviamente è indiscutibile ed ogni tentativo di superare la sua volontà equivarrebbe ad un suicidio politico, il congresso lo ha indicato come unico candidato, confermandolo capo fisso per quaranta anni ininterrotti.
I vecchi membri del comitato esecutivo, dell’ufficio politico ed il gruppo del malaffare e dei contrabbandieri sono stati riconfermati , riuniti dietro “il primo ministro” Abdelkader Taleb Omar a sfavore dei richiedenti del cambiamento.

Dare la possibilità ai giovani risulta immaginabile con una tale cornice, perché l'Algeria non è mai serena nei confronti dei giovani del Fronte Polisario, i quali non nascondono la loro profonda antipatia verso la sua politica ed i suoi dettami e prendono distanza dalla “Sorella Algeria” durante i loro incontri con i responsabili europei o americani.

Non c’è stata nessuna risposta al veto algerino ed ai dettami del malaffare e delle ruberie.

Il congresso ha di fatto semplicemente confermato e convalidato la situazione precedente: Mohamed Abdelaziz, 70 anni, nonostante la sua incurabile malattia, è sempre e per quaranta anni capo del Polisario, capo della “Repubblica” e capo di milizie armate. Non è strano in un’organizzazione controllata dai servizi algerini rivelare la mancanza di democrazia ed il dominio del pensiero unico ed incontestabile: la mancanza di libera decisione, il fallimento totale nel trovare un’alternativa accettata e condivisa da tutte le correnti attive a Tindouf ed all’estero proposte dalle attività credibili della corrente Khat Achahid.

I giovani che, stanchi e delusi, rivendicano la “rottamazione” del Polisario e dei suoi vertici sono considerati dall'Algeria avversari e nemici dei loro protetti e degli “intoccabili”.

GUERRA SI, GUERRA NO?

Da un altro versante, il congresso non ha deciso di riprendere le armi contro il Marocco com’era parso, perché evidentemente tale posizione non giova né all’Algeria né al mondo per motivi geostrategici, anche se rimane altamente possibile il tentativo rischio terroristico teleguidato contro il Marocco.

Da sottolineare che la guerra contro il Marocco è impossibile anche perché il Polisario congiunto all’Esercito algerino ha preferito dare la priorità al rafforzamento delle forze speciali per la protezione personale e dei propri interessi, svuotando i centri militari, assicurando la raccolta della fortuna economica in modo indisturbato, con la precipitazione della situazione nei campi, l’aumento delle deviazioni degli aiuti umanitari internazionali, la delusione e la disperazione della popolazione costretta a vivere al cento per cento degli aiuti.

Dal cessate il fuoco del 1991 ad oggi, migliaia di guerriglieri sono scappati, la stragrande maggioranza degli arruolati non sono più validati al combattimento e per affrontare tale situazione, il Polisario è costretto a mobilitare le forze speciali di repressione, tutti i civili, nonché i “Bambini Soldato” ed i rappresentanti all’estero. Inoltre, esso deve cercare altri nuovi mercenari per avere milizie fiorenti come nel passato. In questo caso i campi e gli uffici della dirigenza resteranno senza sicurezza e nessuno potrà affrontare la rabbia delle donne e degli anziani che deciderebbero di manifestare contro la situazione disumana in cui versano.

Un centinaio di giovani che avevano abbandonato il Polisario per combattere nella fila dei gruppi terroristici e criminali nel Sahel e nel sud dell'Algeria non esiterebbero di far arruolare altri arabi di origini mauritane e maliane nella loro guerra contro Marocco.
Infine, la minaccia arriva anche dall’ISIS e dai suoi fratelli AQMI, MUJAO, Gruppo Saharawi Omar o Amar Sahraui, i quali cercano di aprire un fronte nell’ovest del mondo arabo, soprattutto dopo la sconfitta di DAESH in Siria ed in Iraq. A tal proposito, deve essere chiaro per l'Algeria che le organizzazioni terroristiche vedono nella minaccia di guerra contro il Marocco, un invito palese di pronta esecuzione.

ALGERIA PARTE PRINCIPALE NELLA QUESTIONE DEL SAHARA MAROCCHINO

Il conflitto artificiale attorno al Sahara marocchino, durato circa quarant'anni, è stato creato a tavolino durante gli anni della guerra fredda ed è da considerarsi come conseguenza della geo-politica regionale e frutto degli appetiti egemonici dell’Algeria.

L'Algeria è stata dall’inizio del conflitto la principale interessata durante la guerra armata negli anni settanta e continua di esserlo fino ad oggi sul livello diplomatico, politico, finanziario e mediatico. Peggio ancora, l'Algeria continua a violare i diritti fondamentali della popolazione dei campi di Tindouf dipendente al cento per cento dagli aiuti umanitari internazionali e strumentalizzata per obbiettivi di propaganda e di richiesta di ulteriori fondi senza presentare un resoconto economico e numerico credibile.

L'Algeria che chiede l’autodeterminazione del Sahara nel 2001, aveva ufficialmente presentato un progetto di ripartizione del Sahara all’Inviato Personale del Segretario Generale dell’ONU, James Baker, palesando un atteggiamento che disprezza il principio di autodeterminazione di cui Algeri fa il suo cavallo di troia e svela le vere intenzioni, quelle di tipo egemonico. Tale progetto è stato rifiutato dal Marocco e dall’ONU stessa.
I separatisti del Polisario sono solo uno strumento dell'Algeria per attaccare l’integrità territoriale marocchina e bloccare il suo sviluppo su tutti i livelli.

Come si può constatare da prove inoppugnabili, L'Algeria sostiene il conflitto del Sahara, perché i separatisti del Polisario sono installati sul suo territorio a Tindouf dal 1976, sostenuti diplomaticamente attraverso le ambasciate algerine che attivano campagne contro il Marocco.

Durante gli incontri e le sessioni dell’ONU o delle altre organizzazioni internazionali è proprio l’Algeria ufficiale che rivendica apertamente la separazione del Sahara per i propri motivi espansionistici. La stragrande maggioranza dei membri del Polisario sono di nazionalità algerina e quindi reclutati per difendere le tesi del Paese anche all’estero. I separatisti sono sostenuti militarmente dall’Algeria dal 1976 che fornisce da sempre le armi ed organizza la logistica militare ad essi. Non è mancato nemmeno il sostegno economico, in quanto l'Algeria ha sempre riservato un budget annuale ingente per sostenere il separatismo del Sahara.

L’implicazione militare dell’Algeria in questo conflitto è palesata appunto dall'assicurazione degli strumenti ed addestramenti militari necessari agli esponenti del Polisario. L'Esercito algerino ha preso parte infatti, direttamente, alle ostilità attraverso la messa a disposizione di tutte sue installazioni militari al servizio dei ribelli per lanciare degli attacchi contro la popolazione Saharawi e contro le Forze Armate Reali Marocchine, negli anni settanta e ottanta.

È accaduto che centinaia di militari algerini di diversi gradi militari, ufficiali, sotto-ufficiali e soldati sono stati catturati ed imprigionati dalle Forze Armate Reali nella Battaglia di Amgala in Marocco nel 1976.

Essi sono stati liberati poi dal Marocco a seguito anche della sollecitazione da parte dell’Egitto e dell’Arabia Saudita e grazie alla affermazione dell'Algeria di dar prova di buon vicinato verso il Marocco.

Gli ex prigionieri di guerra marocchini civili e militari dopo il loro rapimento sul suolo marocchino sono stati sempre interrogati e torturati dai militari algerini senza alcuna clemenza. Peggio ancora, tra i detenuti di Tindouf, figuravano anche dei civili marocchini strumentalizzati dai militari algerini e dai loro adepti mercenari.

Nella sua politica estera, l'Algeria mette al centro la destabilizzazione dell’integrità territoriale marocchina, utilizzando anche la compravendita di lobby e utilizzando i vari contatti distribuiti nel mondo di diverse tipologie ed entità tra cui governi, associazioni, ONG, media, economia, arte, ecc.

L'Algeria ha investito nell’arruolamento dei separatisti per inviarli a mettere a rischio l’ordine pubblico nel sud del Marocco spendendo oltre 300 miliardi di dollari per tentare di concretizzare il suo progetto.
Il calvario prolungato del sequestro dei Saharawi marocchini nel territorio algerino dei campi mostra ancora una volta quanto questo Paese sia stato da sempre “parte interessata” e profondamente implicata in tale conflitto ed esso sarà costretto ad assumerne pienamente le responsabilità giuridiche e storiche della propria politica.

La regolarizzazione e la soluzione della questione del Sahara impone che Algeria si impegni, in modo responsabile e costruttivo, nella ricerca di una soluzione politica, consensuale e definitiva rafforzando i legami con il vicino Marocco e rilanciando la costruzione del Grande Maghreb attraverso la possibilità di avviare la regione in una dinamica di progresso economico, di apertura e dialogo politico e di sviluppo sociale.

Per tutte le motivazioni sopraccitate, la Comunità Internazionale deve fare pressione sull’Algeria affinché cambi la sua politica ostile all’unità del Marocco ed affinché accetti concretamente di impegnarsi per una politica di buon vicinato basato sulla reciproca fiducia e rispetto.


* Coordinatore nazionale della Rete delle Associazioni della comunità Marocchina in Italia (RACMI)



lunedì 14 dicembre 2015

Delegazione italiana in Marocco per una Missione a Tutela dei Diritti Umani

E’ durata una settimana la Missione a tutela dei Diritti Umani svoltasi in Marocco dalla delegazione italiana composta da: Giorgia Butera – sociologa della comunicazione, scrittrice e Presidente Mete Onlus -, Viviana Corvaia – Documentarista Fotografica, CCD e Responsabile Comunicazione Visuale Mete – e Sara Baresi – Presidente Protea, Associazione per la Tutela dei Diritti dell’Uomo.
L’invito è arrivato da Mme Aicha Duihi, attivista sociale e dei Diritti dell’Uomo. Mme Duihi ha guidato la delegazione su tutto il territorio, incontrando Istituzioni e realtà produttive.
Mete Onlus e Protea, Associazione per la Tutela dei Diritti dell’Uomo fanno parte di un Network di associazioni che insieme operano per la Tutela dei Diritti Umani a livello internazionale.
Il Sindaco di Palermo, Professor Leoluca Orlando, ha incaricato Giorgia Butera di portare in Marocco “La Carta di Palermo” e consegnarla in occasione dei vari incontri. La Carta mira all’avvio del processo politico per l’abolizione del permesso di soggiorno.
Quattro le tappe inserite in Missione: Casablanca, Laayoune, Marsa e Rabat.
Diversi gli incontri in agenda, dai quali emergono tre dati in particolare: la forte presenza delle Donne in ruoli importanti, notevole crescita economica e sociale di ciascun territorio visitato, ed una tutela nei confronti dei Diritti Umani di altissimo valore.
Donne in politica, donne attiviste, donne impegnate culturalmente.
La delegazione ha incontrato e visitato: Il “Sahara Reflexion - Studies Centre"; “Il Centro di Ascolto per donne, famiglie e bambini di Laayoune”, presieduto da una assistente sociale di grande esperienza, Madame Bouchiyouia Fatima; “Il Centro Sportivo, voluto come luogo di svago ed aggregazione sociale”; la “CRDH Commission Règionale des Droits de l'Homme di Laayoune-Smara”.
Sono state ricevute da Monsieur Badr Moussaoui, Presidente del Consiglio Municipale della Ville de Marsa, e Annat Kroum, Pacha della Ville di Marsa.
Insieme al Pacha hanno visitato la Fabbrica Damsa - che si trova nella città di Marsa - e si occupa de la lavorazione sardine in scatola. In Damsa, oltre l'80% del reparto occupazionale è ricoperto da donne, e si prevede un aumento considerevole, infatti, nel nuovo anno sarà data occupazione a circa 600 donne.
Altra visita è stata riservata all’Ufficio Nazionale dell’Acqua Potabile, dove l’acqua del mare viene filtrata e resa potabile.
L’Incontro ufficiale è avvenuto al Comune di Laayoune, tra le Autorità presenti anche due donne autorevoli: Mkanlto Kamal – Deputata Parlamentare, vicepresidente del Consiglio Municipale e Responsabile degli affari sociali e culturali - e, Fatima El-Idrissi vicepresidente del Consiglio Regionale di Laayoune e Responsabile degli Affari sociali e culturali al Consiglio Regionale.
In occasione di questo incontro si è voluto sottolineare quanto sia importante l’impegno del genere femminile in settori di rilievo per la comunità/società, come la politica, l’economia e l’attivismo sociale.
Alcune visite sono state dedicate alle industrie italiane presenti in Marocco.
I Diritti Umani hanno un senso importante in Marocco e abbiamo constatato un impegno importante nello sviluppo e nell'attenzione ai bisogni dei cittadini, a Laayoune.
Non possiamo dimenticare però la realtà dei Campi di Tindouf presenti in Algeria, dove la popolazione a causa di ambizioni politico-espansionistiche, nonché economiche del Fronte Polisario vive da più di quaranta anni in condizioni gravi e disagiate: “Qui (nei campi di Tindouf) vivono donne, bambini, adolescenti, disabili, anziani, uomini di cui abbiamo solo numeri approssimati utili soprattutto a ricevere aiuti umanitari, di cui purtroppo a causa di un dirottamento già noto, ne arrivano ben pochi, e diventano frutto di guadagno per gente senza scrupoli finendo sui mercati in vendita, riempiendo le tasche di chi non ne ha bisogno – denuncia la delegazione italiana presente nei giorni scorsi in Marocco”.
Proseguono: “Il primo diritto negato senza dubbio è quello di esistere. Ad ogni individuo, senza un censimento che ne determina la sua nascita, il suo percorso di vita e la sua morte viene negata l'identità e negata l'esistenza stessa caratterizzata da bisogni, da aspirazioni individuali e dai propri sogni. Cosa sappiamo dell'esistenza di matrimoni precoci e forzati e della condizione della donna? Quante le morti infantili? Come conosciamo casi di violenza? E di disabilità? Il tutto acuito da una mancanza di diritto di espressione, mediata da forme propagandistiche frutto di azioni di indottrinamento, quindi trattasi di una comunicazione non autentica – concludono”.
Infine, M. Yahdih Bouchab, Wali della Regione di Laayoune- Boujdour-Sakia Al Hamra, Governatore della Provincia di Laayoune, ha chiesto loro di farsi portavoce di tutto ciò che da Osservatori partecipanti e competenti hanno visto in Marocco, perché la comunicazione non sia mediata, ma provenga da una reale e diretta osservazione.

Nota: La Documentazione fotografica è a cura di Viviana Corvaia.


sabato 12 dicembre 2015

Associazioni italiane denunciano l’Algeria per le sue negazioni dei diritti dei Sahrawi nei campi di Tindouf

In occasione della Giornata mondiale della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, 10 dicembre, le associazioni sottoscritte portano all’attenzione dell’opinione pubblica, alle Istituzioni italiane tra cui il Governo e Parlamento ed a quelle internazionali, in particolare all’ONU ed all’UE quanto segue:
Denunciamo il Governo algerino per tutte le forme di negazione dei diritti dell’uomo perpetrate contro la popolazione dei campi saharawi a Tindouf come i diritti di base come l’espressione, il censimento e l’identificazione della popolazione, la circolazione, il lavoro, la sicurezza, la sanità, la casa, il ritorno al loro paese Marocco o la scelta di un paese terzo e chiediamo una pressione urgente sull’Algeria affinché rispetti i diritti di questa popolazione.
Apprezziamo la denuncia dell’Ufficio della Lotta Antifrode (OLAF) dell’UE del gennaio 2015 contro le deviazioni sistematiche ed organizzate degli aiuti umanitari internazionali da parte dell’Algeria ed i separatisti del Fronte Polisario. Visto che la popolazione di questi campi è sostenuta al cento per cento da tali aiuti, chiediamo a chi di dovere di controllare la raccolta e la consegna agli interessati; sospendere ogni forma di cooperazione con Algeria e sanzionare tale Paese che oltre a negare i diritti di tali “rifugiati”, essa perdura e specula da 40 anni sulla loro drammatica condizione di vita nelle tende e di case di “formiche” che crollano per ogni goccia di pioggia come è accaduto recentemente.
In occasione del 18 dicembre, il 40° anniversario dell’espulsione collettiva arbitraria e inumana di 45mila famiglie marocchine da parte del Governo algerino e la confisca dei loro beni, sosteniamo la causa sostenuta a livello mondiale della ONG “Associazione dei Marocchini Vittime d’Espulsione Arbitraria d’Algeria (AMVEAA)” per rendere giustizia a queste famiglie con la restituzione dei loro beni e loro diritti ed il risarcimento dei danni subiti.
Nonostante apprezziamo gli sforzi italiani nella gestione dell’emergenza migratoria e nell’accoglienza dei rifugiati negli ultimi anni, chiediamo all’ONU e all’UE di sostenere questi grandi sforzi e di verificare la possibilità di superare la convenzione di Dublino, donando il diritto alla circolazione per i rifugiati.
Continuiamo a protestare contro la discriminazione del Parlamento italiano che non vuole riconoscere i diritti sociali ai lavoratori marocchini ed alle loro famiglie residenti in Marocco, malgrado la firma dei governi del Marocco e d’Italia e l’approvazione del Parlamento marocchino della relativa convenzione.
Infine, chiediamo ai mass media ed agli organi di stampa italiana maggiore apertura alla diffusione delle nostre attività e delle nostre comunicazioni.

09 dicembre 2015
  Rete delle Associazioni della Comunità Marocchina in Italia (RACMI) – Siena. Forum Italo – Marocchino, Piemonte. Consiglio delle Relazioni Islamiche in Italia, Brescia. Unione delle Associazioni Marocchine in Liguria, Genova. Ass.  Nuovo Orizzonte, Pesaro. Ass.  Amici di Figline Val d’Arno, Firenze. Ass.  Futuro, Bergamo. Ass.  Almaghribia, Calabria. Ass.  Oued Eddahab, Siena. Ass.  Assalam, Livorno. Ass.  Alhouria, Brescia. Ass.  Amicizia Sardegna – Marocco. Ass.  Dialogo, Piemonte. Ass.  Donne e Diritti, Roma. Federazione Regionale Islamica, Trento Alto Adige. Ass.  Ouafaa, Lombardia.