lunedì 14 marzo 2016

Sahara Marocchino: manifestazione di protesta contro Ban Ki.moon. 3 milioni in piazza a Rabat

Rabat – 14 marzo 2016 - Si è svolta, ieri, a Rabat una mega manifestazione nazionale che ha visto scendere in piazza più di 3 milioni di persone in difesa dell’unità nazionale, la marcia proclamata dai partiti, dai sindacati e le organizzazioni della società civile nella capitale marocchina voleva denunciare le dichiarazioni rilasciate del Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, nel corso della sua recente visita in Algeria a proposito della regione del Sahara parte integrante del territorio marocchino. Il corteo è partito alle 10 del mattino, ed i partecipanti hanno formato una catena umana che ha attraversato le arterie principali gridando slogan patriottici e mostrando foto del re Mohammed VI e striscioni in favore dell’unità nazionale.
Il Marocco ha condannato nei giorni scorsi la posizione espressa dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, “è con grande stupore che il governo marocchino rileva gli eccessi verbali e i gesti apparentemente ingiustificati del Segretario generale delle Nazioni Unite, durante la sua visita a Tindouf e Algeri” si legge nella nota del governo. Il governo del Marocco “esprime la sua protesta più forte a seguito ai propositi formulate dal segretario generale dell’Onu sulla questione del Sahara. I suoi commenti a scopo politico appaiono inadeguati, senza precedenti negli annali e contrari alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Il Marocco ritiene, sia in termini di conduzione della visita che di contenuto delle dichiarazioni, che Ban Ki-moon abbia abbandonato la sua neutralità, oggettività e imparzialità”.
La manifestazione ben organizzata ha avuto una massiccia partecipazione dei cittadini arrivati da diverse zone dal sud, Est nord del Marocco.
Dall’Italia le proteste contro Ban Ki-moon non hanno avuto limite, la Comunità marocchina ha scritto ai membri permanenti de Consiglio di Sicurezza dell’ONU una lettera in cui denunciano le gravissime scivolate del Capo dell’ONU. La comunicazione congiunta della RACMI e FAT, fa sapere, “Rifiutiamo categoricamente tale scivolata che rischierebbe di mettere in crisi la soluzione politica auspicata dall’ONU stessa”, precisando: “a nostro parere questa scivolata verbale va controcorrente, visto il rischio d’inquinamento che potrebbe causare al clima dei negoziati che l’ONU sta faticosamente realizzare tra le parti: Marocco, Algeria e Polisario, e Mauritania sotto l’egida dell’ONU”.
RACMI e FAT invitano, inoltre, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU di fare pressione sull’Algeria, l’unico Stato responsabile della perdurata del conflitto del Sahara e della drammatica situazione in cui vivono le popolazioni nei campi, paese che nega sistematicamente, insieme alle milizie dei separatisti Polisario, i diritti di queste persone per motivi egemonici nella regione e per tentare di destabilizzare il Marocco”.
RACMI e FAT sono quindi “esterrefatti di fronte a un atteggiamento parziale e ostile alla legalità internazionale che rischia di sabotare gli sforzi dell’ONU nella pace e la sua neutralità, dichiarazioni che non hanno né riscontri oggettivi né impatto positivo sul processo di pace iniziato dall'ONU né alle attese della pace nel Sahel, Nord Africa, Mediterraneo e nel mondo in generale”.

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domenica 13 marzo 2016

3 MILIONI IN PIAZZA A RABAT IN DIFESA DEL SAHARA MAROCCHINO

Si è svolta  a Rabat una manifestazione che ha visto scendere in piazza più di 3 milioni di persone in difesa dell’unità nazionale. Secondo quanto riporta l’emittente televisiva maghrebina “Med 1”, la marcia proclamata dai partiti e dai sindacati nella capitale marocchina voleva denunciare le dichiarazioni rilasciate del Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, nel corso della sua recente visita in Algeria a proposito della regione del Sahara considerata da Rabat come parte integrante del suo territorio. Il corteo è partito alle 10 del mattino orario locale, le 8 in Italia, ed i partecipanti hanno formato una catena umana che ha attraversato le arterie principali gridando slogan patriottici e mostrando foto del re Mohammed VI e striscioni in favore dell’unità nazionale.
Il Marocco ha condannato nei giorni scorsi la posizione espressa dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, sulla questione del Sahara nel corso della sua recente visita in Algeria. Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa marocchina “Map”, “è con grande stupore che il governo marocchino rileva gli eccessi verbali e i gesti apparentemente ingiustificati del Segretario generale delle Nazioni Unite, durante la sua visita a Tindouf e Algeri” si legge nella nota. Il governo del Marocco “esprime la sua protesta più forte a seguito delle osservazioni formulate dal segretario generale dell’Onu sulla questione del Sahara. I suoi commenti a scopo politico appaiono inadeguati, senza precedenti negli annali e contrari alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Il Marocco ritiene, sia in termini di conduzione della visita che di contenuto delle dichiarazioni, che Ban Ki-moon abbia abbandonato la sua neutralità, oggettività e imparzialità”.
Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri marocchino, Salahuddin Mezouar, è stato convocato dai presidenti di Camera e Senato di Rabat per un’audizione con i membri delle Commissioni esteri dei due rami del parlamento. Il capo della diplomazia marocchina ha riferito  sulle recenti dichiarazioni del segretario generale dell’Onu mentre i paesi arabi del Golfo che fanno parte del Consiglio di sicurezza del Golfo (Ccg) e la Giordania hanno ribadito il loro sostegno alla proposta marocchina d’autonomia per il Sahara. I ministri degli Esteri dei paesi membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) e della Giordania hanno riaffermato ieri sera a Riad, il loro sostegno alla proposta di autonomia “seria e credibile da parte del Marocco come base per una soluzione negoziata per porre fine al conflitto regionale sul Sahara marocchino”. I ministri hanno espresso inoltre il loro rifiuto categorico delle interferenze dell’Iran negli affari interni dei paesi del Golfo e della regione, ribadendo il loro sostegno alla sovranità degli Emirati Arabi Uniti rispetto ai suoi tre isole (piccole e grandi Tomba e Abu Musa), come parte dello stato degli Emirati Arabi Uniti.

HAMZA BOCCOLINI

venerdì 11 marzo 2016

RACMI E FAT protestano contro Ban Ki Moon e denunciano Algeria per le negazioni dei diritti umani nei campi di Tindouf

Firenze 11 marzo 2016 - Rete delle Associazioni della Comunità Marocchina in Italia (RACMI) e la Federazione Africana in Toscana (FAT) hanno scritto, oggi, una lettera di protesta Ban Ki-Moon, Segretario Generale e ai Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sulle gravissime dichiarazioni del Segretario Generale Ban Ki-moon, nella sua visita in Algeria, concernenti il Sahara Marocchino e il suo fallimento nella gestione delle crisi nel mondo.
Si legge nella comunicazione congiunta, “Davanti alle gravissime dichiarazioni e l’incettabile atteggiamento del signor Ban Ki-moon, nella sua visita in Algeria e in campi di Tindouf, concernenti la questione del Sahara in cui qualifica il Sahara Marocchino di “occupato””. La RACMI e la FAT portano a conoscenza dello dichiarante e dei membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che “tale storta avventura del Capo dell’ONU ci ha profondamente offeso e ha colpito i nostri sentimenti”. Infatti, “Rifiutiamo categoricamente tale scivolata che rischierebbe di mettere in crisi la soluzione politica auspicata dall’ONU stessa”, sottolinea la lettera, precisando: “A nostro parere questa scivolata verbale va controcorrente, visto il rischio d’inquinamento che potrebbe causare al clima dei negoziati che lo stesso signor Ban Ki-moon sta faticosamente realizzare tra le parti: Marocco, Algeria e Polisario, e Mauritania sotto l’egida dell’ONU”.
RACMI e FAT evidenziano che “avremo avuto piacere Ban Ki-moon si concentrasse sui gravissimi problemi locali nei campi di Tindouf, in primo luogo sull’aspetto dei diritti del rifugiato negati dall’Algeria da circa quarant’anni; abbia la possibilità di ascoltare oltre dieci mila saharawi marocchini scapati dall’inferno dei campi di Tindouf verso il Marocco, quelli che sono stati deportati a Cuba, quelli che cercano da anni ancora i loro parenti spariti nei campi, quelli senza voce costretti di vivere in situazione di sequestro, di negazione dei diritti fondamentali dell’uomo nei campi di Tindouf da parte di miliziani Polisario e l’Esercito algerino; si concentrasse sul censimento della popolazione dei campi raccomandato dall’ONU, e sulle deviazioni degli aiuti umanitari internazionali dall’Algeria e il Polisario prima di concentrasi d’organizzare una riunione dei donatori; si rifletti sulla questione del Sahara, residuo della guerra fredda, seguendo almeno la linea politica equilibrata dell’ONU e le sue relative risoluzioni; pensasse, come principio d’onestà, di coerenza e di credibilità, di citare gli sforzi del Marocco e la sua proposta d’autonomia locale descritta seria e credibile dall’ONU per risolvere la questione del Sahara”.
RACMI e FAT invitano il Segretario Generale e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che “è opportuno di fare pressione sull’Algeria, l’unico Stato parte diretto del conflitto e responsabile della perdurata del conflitto del Sahara e della drammatica situazione in cui vivono le popolazioni nei campi, paese che nega sistematicamente, insieme alle milizie dei separatisti Polisario, i diritti di queste persone per motivi egemonici nella regione e per tentare di destabilizzare il Marocco”.
RACMI e FAT sono quindi “esterrefatti di fronte a dichiarazioni che non hanno né riscontri oggettivi né impatto positivo sul processo di pace iniziato dall'ONU né alle attese della pace nel Sahel, Nord Africa, Mediterraneo e nel mondo in generale”.

Infine, auspicano che Ban Ki-moon e i membri del Consiglio di Sicurezza in considerino i contenuti della lettera e di prendere posizione chiare su un atteggiamento parziale e ostile alla legalità internazionale che rischia di sabotare gli sforzi dell’ONU nella pace e la sua neutralità”.

mercoledì 24 febbraio 2016

ALGERIA. Alcune violazioni dei diritti umani nel 2015 (Amnesty International)

Le autorità hanno imposto restrizioni alle libertà d’espressione, associazione e riunione, arrestando, perseguendo e incarcerando manifestanti pacifici, atti­visti e giornalisti. Le donne dalla violenza subiscono ancora. I responsabili di tortura e altre gravi violazioni dei diritti uma­ni compiute nel corso degli anni Novanta hanno continuato a eludere la giustizia. I migranti irregolari hanno subìto trattamenti deplorevoli, comprese espulsioni som­marie. I tribunali hanno emesso condanne a morte; non ci sono state esecuzioni.

CONTESTO
A gennaio, nel sud del paese si sono svolte manifestazioni di protesta senza precedenti contro il fracking, il sistema di fratturazione idraulica della roccia per estrarre gas di scisto.
A luglio, almeno 25 persone sono rimaste uccise e altre sono state ferite nel corso di violenze tra comunità nella valle del M’zab, 600 km a sud della capitale Algeri.
Secondo fonti di stampa, in varie parti del paese si sono verificati scontri tra le forze di sicurezza e gruppi armati d’opposizione.
Le autorità hanno dichiarato che le forze di sicurezza avevano ucciso 109 persone accusate di essere membri di gruppi armati, ma hanno fornito scarse informazioni sulle circostanze delle ucci­sioni.
Il gruppo armato al-Qaeda nel Maghreb islamico Aqmi ha rivendicato la responsabilità di un attentato compiuto a luglio nella provincia settentrionale di Ain Defla, costato la vita a 14 soldati.
Le autorità hanno continuato a respingere le richieste di visita nel paese da par­te di organismi ed esperti sui diritti umani delle Nazioni Unite, come quelli sulla tortura, l’antiterrorismo, le sparizioni forzate e la libertà d’associazione1. Le auto­rità hanno continuato a non rilasciare il visto d’ingresso nel paese al personale di Amnesty International per condurre ricerche sui diritti umani.

LIBERTÀ DI RIUNIONE
A gennaio, le autorità hanno risposto alle proteste contro la disoccupazione orga­nizzate nella città meridionale di Laghouat arrestando attivisti e manifestanti pa­cifici, compresi alcuni che avevano aderito alle proteste in segno di solidarietà con gli attivisti detenuti. Alcuni degli arrestati sono stati processati per accuse come partecipazione a “raduni non armati”; tra questi c’erano Mohamed Rag, Belkacem Khencha e altri membri del Comitato nazionale per la difesa dei diritti dei disoc­cupati (Comité national pour la défense des droits des chômeurs – Cnddc), i quali sono stati condannati con sentenze da uno a due anni di reclusione, alcune in se­guito ridotte in appello.
A marzo, un tribunale della città meridionale di El Oued ha condannato cinque manifestanti pacifici a reclusioni fino a quattro mesi.
A ottobre, una corte di Tamanrasset ha condannato sette manifestanti a un anno di carcere;
A ottobre, una corte di Tamanrasset ha condannato sette manifestanti a un anno di carcere.
Le autorità hanno confermato la messa al bando di qualsiasi manifestazione ad Algeri. A febbraio, le forze di sicurezza hanno impedito lo svolgimento di un radu­no pacifico a sostegno dei manifestanti contro il fracking, arrestando i partecipanti mentre giungevano sul luogo della protesta e trattenendoli per diverse ore.
A giugno, la polizia ha disperso con la forza una protesta pacifica organizzata da Sos Disparus, un’organizzazione impegnata in campagne a favore delle vittime di sparizioni forzate durante il conflitto interno degli anni Novanta, alla quale parte­cipavano anche anziani parenti delle persone scomparse, la cui sorte non è mai stata rivelata dalle autorità.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE
Le autorità hanno perseguito giornalisti, fumettisti, attivisti e altre persone per oltraggio, diffamazione e accuse analoghe.
A febbraio, un tribunale di Oran ha giudicato Mohamed Chergui colpevole di aver insultato il profeta Maometto, dopo che il quotidiano per cui lavorava, El Djoumhou­ria, lo aveva denunciato per un articolo che questi aveva inviato al giornale, conte­nente riferimenti a una ricerca accademica sull’Islam condotta all’estero. È stato condannato a tre anni di carcere e al pagamento di un’ammenda di 200.000 dinari algerini (circa 1.900 dollari Usa), in sua assenza. La sua condanna è stata poi ridot­ta a un anno con sospensione della pena, per la quale ha fatto ricorso.
A marzo, un tribunale di El Oued ha condannato l’attivista anticorruzione e mem­bro del Cnddc Rachid Aouine al pagamento di una multa di 20.000 dinari algerini (circa 190 dollari Usa) e a sei mesi di reclusione, pena poi ridotta a quattro mesi in appello, ritenendolo colpevole di “istigazione a raduno non armato”. L’accusa si riferiva a un commento sarcastico postato su Facebook.
Il giornalista Abdelhai Abdessamia è stato rilasciato su cauzione a settembre, dopo aver trascorso oltre due anni in carcere in detenzione preprocessuale. Lavorava per i giornali Djaridati e Mon Journal fino alla chiusura delle due testate da parte delle autorità, avvenuta nel 2013 per la diffusione di notizie sulla salute del presidente Bouteflika. Le autorità lo accusavano di aver aiutato il direttore editoriale delle testa­te a lasciare clandestinamente il paese per andare in Tunisia. Dopo il suo arresto, nel 2013, Abdelhai Abdessamia era stato trattenuto per sei giorni in detenzione arbitraria dalla polizia giudiziaria, in violazione della legislazione algerina, prima di essere consegnato per l’interrogatorio alla gendarmeria nazionale e alla sicurezza militare.
A ottobre, le forze di sicurezza hanno arrestato l’attivista Hassan Bouras, membro di rilievo della Lega algerina per la difesa dei diritti umani (Ligue Algérienne pour la Défense des Droits de l’Homme – Laddh), nella città occidentale di El Bayadh. A fine anno era ancora in carcere, mentre era sotto indagine per “insulto alle istituzioni pubbliche” e “istigazione di cittadini o residenti a impugnare le armi contro le autorità del­lo Stato o gli uni contro gli altri”, accuse che potevano comportare la pena di morte.
A novembre, un tribunale di El Oued ha condannato il fumettista Tahar Djehiche a sei mesi di carcere e a una multa di 500.000 dinari algerini (circa 4.600 dollari Usa), per “insulto” al presidente Bouteflika e “istigazione” di altri a unirsi a una protesta per il gas di scisto, in un commento che aveva pubblicato sulla sua pagina Facebook. Era già stato assolto in precedenza da un tribunale di primo grado. A fine anno era in libertà in attesa dell’esito dell’appello presso l’Alta corte.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE
Associazioni che avevano cercato di registrarsi legalmente secondo la Legge 12-06, compresa Amnesty International Algeria, sono rimaste in una sorta di limbo legale in attesa che le autorità fornissero una risposta alla loro domanda di regi­strazione. La legge, in vigore dal 2012, imponeva generiche e arbitrarie restrizioni per la registrazione delle associazioni e prevedeva il reato di appartenenza a un’as­sociazione non registrata, sospesa o sciolta, punibile con una pena carceraria fino a sei mesi e il pagamento di un’ammenda.

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI
A agosto, le autorità italiane hanno arrestato l’avvocato per i diritti umani Rachid Mesli, fondatore di Alkarama, una Ngo per i diritti umani con sede a Ginevra, e rifugiato politico in Svizzera. Il suo arresto è avvenuto dopo che le autorità algerine avevano chiesto la sua estradizione, con l’accusa di aver fornito telefonini e video­camere a gruppi terroristici, imputazioni per le quali era stato giudicato colpevole in contumacia in Algeria, sulla base di una sua precedente “confessione” che egli aveva dichiarato essergli stata estorta sotto tortura. Le autorità giudiziarie italiane lo hanno posto agli arresti domiciliari per oltre tre settimane, prima di revocare il provvedimento e permettergli di ritornare in Svizzera.
A dicembre, le autorità locali hanno vietato un evento di formazione ad Algeri ai membri del Coordinamento del Maghreb delle organizzazioni per i diritti umani, tra cui difensori dei diritti umani provenienti da Algeria, Marocco, Tunisia e Mauritania.

SISTEMA GIUDIZIARIO
A luglio, il governo ha emanato un decreto che apportava emendamenti al codice di procedura penale, che ampliava le alternative alla detenzione preventiva e prepro­cessuale. Ai sospettati veniva specificatamente garantito il diritto di accedere agli avvocati durante la detenzione preprocessuale, ma non durante l’interrogatorio.
A luglio, a seguito degli scontri mortali nel nord della regione Saharan, le forze di sicurezza hanno arrestato 25 persone a Ghardaia, tra cui Kameleddine Fekhar e altri attivisti che supportavano l’autonomia della regione del Mzab, ponendoli in detenzione preprocessuale per indagini su sospetti di terrorismo e istigazione all’odio. A fine anno erano ancora in carcere.

DIRITTI DELLE DONNE
A dicembre, i legislatori hanno modificato il codice penale, rendendo reato la vio­lenza fisica contro il coniuge e gli attacchi indecenti contro le donne in pubblico (non in casa).
Tuttavia, le donne continuavano a non essere adeguatamente protette dalla violen­za di genere, in assenza di una legge esauriente, e il codice penale continuava a concedere l’impunità giudiziaria agli uomini responsabili dello stupro di ragazze al di sotto dei 18 anni, se sposavano la loro vittima.

IMPUNITÀ
Nel 2015 ricorreva il 10° anniversario della Carta per la pace e la riconciliazione nazionale, che garantiva alle forze di sicurezza l’immunità per i crimini commessi durante il conflitto interno degli anni Novanta e negli anni successivi e criminaliz­zava chi criticava pubblicamente la loro condotta durante gli anni del conflitto.
Le autorità hanno continuato a non indagare sulle migliaia di sparizioni forzate e altre gravi violazioni dei diritti umani e abusi, a non assicurare alla giustizia i respon­sabili e a non fornire rimedi legali efficaci alle famiglie delle vittime. I familiari delle persone scomparse, ancora impegnati nella ricerca di verità e giustizia per i loro cari, sono stati posti sotto sorveglianza e ripetutamente convocati dalle forze di sicurezza per essere interrogati.

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI
Profughi e migranti subsahariani hanno continuato a entrare irregolarmente in Algeria, passando per lo più attraverso i confini meridionali, dove si è verificata la maggior parte degli arresti di migranti e richiedenti asilo, effettuati dalle forze di sicurezza algerine. Secondo fonti di stampa, ad aprile l’esercito algerino ha arrestato circa 500 migranti subsahariani vicino al confine con il Niger.

PENA DI MORTE

I tribunali hanno emesso decine di condanne a morte, per lo più per omicidio e reati di terrorismo, riguardanti anche casi giudiziari risalenti al conflitto interno degli anni Novanta. 

venerdì 5 febbraio 2016

Marocco. Noor dell’energia solare rinnovabile è la prima nel mondo

Comune Ghessate (provincia di Ouarzazate) 05 febbraio 2016 – Sua maestà il Re Mohammed VI del Marocco ha presieduto, ieri, al comune Ghessate (provincia di Ouarzazate), la cerimonia di messa in servizio della prima centrale del complesso solare “Noor -Ouarzazate”, battezzata “Noor I”, e ha proceduto al lancio ufficiale dei lavori di realizzazione della seconda e terza centrale di questo megaprogetto (Noor II e Noor III).
All'inizio di questa cerimonia, il presidente di MASEN (Moroccan Agency for Solar Energy), Mustapha Bakkoury ha presentato i progressi del piano solare marocchino, le tappe chiave del processo di sviluppo della prima centrale del complesso solare di Ouarzazate e le sue prospettive.
“Partecipando alla diversificazione delle fonti dell’energia nazionale, la centrale Noor I, i cui lavori di realizzazione sono stati avviati dal re il 10 maggio 2013, si iscrive in linea diritta con la visione del sovrano di ottimizzare lo sfruttamento delle risorse naturali del Marocco, preservare il suo ambiente, perpetuare il suo sviluppo economico e sociale e di garantire l’avvenire delle generazioni future”, ha sottolineato Bakkoury.
“La centrale Noor I è la più grande al mondo finora con una capacità di produzione di 160 MW, è una tappa importante nell'attuazione dei grandi progetti di energie rinnovabili, in linea con l'obiettivo di portare la parte delle fonti rinnovabili nel mix elettrico nazionale dal 42 per cento nel 2020 a 52 pc nel 2030, come annunciato dal Sovrano in occasione della COP 21 a Parigi”, ha garantito.
La costruzione della Noor I è stata realizzata in 30 mesi ed ha mobilitato più di 2.000 dipendenti.
Il progetto di Noor contribuisce allo sviluppo socioeconomico e culturale della regione, all'apertura di molti villaggi vicini ed alla nascita di nuovi prodotti turistici, al servizio dell'irradiazione all'internazionale della provincia di Ouarzazate.
Da parte sua, il Direttore generale dell'Ufficio Nazionale dell'Elettricità e dell'Acqua Potabile (ONEE), Ali Fassi Fihri, ha indicato che “la richiesta in materia d'elettricità è quasi triplicata, dal 1999, registrando più di 34.000 GWh alla fine del 2015”. “È in questo contesto energetico che interviene la strategia energetica nazionale che accorda un posto di scelta alla promozione delle energie rinnovabili, attraverso un insieme coerente di programmi di energie rinnovabili, integrati, ambiziosi e pragmatici e soddisfacendo le nuove necessità del nostro paese, in particolare per la produzione d'acqua con dissalamento, trasferimento o depurazione”, ha proseguito Fassi Fihri.
Questi programmi hanno permesso al Marocco di lanciarsi in una transizione energetica che conosce oggi una svolta storica grazie al forte impulso ed accelerazione notevole che gli è stata data in seguito alla decisione Reale di aumentare la parte delle fonti rinnovabili nel mix elettrico nazionale.
“Il Marocco, con questa strategia ambiziosa ma realistica, offre, chiaramente, reali opportunità d'investimenti nel settore dello ENR”, ha garantito Fassi Fihri, notando che per il periodo 2016-2030, la capacità rinnovabile addizionale totale da realizzare tocca oltre 10.000 MW per un investimento stimato di quasi 280 miliardi di dirham portato da Masen ed i produttori indipendenti.
La centrale Noor I messa a moto dal Re Mohammed VI, è un progetto di produzione sotto forma IPP (Independent Power Producer), sviluppato su una superficie di circa 480 ettari sulla base della tecnologia termo-solare (categoria socio professionale), con captatori cilindro-parabolici ed una capacità di stoccaggio di 3 ore a piena potenza. Questo progetto ha mobilitato investimenti di 7 miliardi Dh.
Nella stessa occasione il Re ha avviato i lavori di realizzazione della seconda e terza centrale del complesso solare Noor Ouarzazate (Noor II e Noor III). Di una potenza di 200 MW ed una capacità di stoccaggio di minimo sette ore, la centrale Noor II (810 milioni di euro) sarà sviluppata sulla base della tecnologia termo-solare (categoria socio professionale), con captatori cilindro-parabolici e sarà stabilita su una superficie di 680 ha.
Mobilitando investimenti di 645 milioni di euro, Noor III metterà definitivamente il regno all'avanguardia tecnologica con l'utilizzo della tecnologia giro termo-solare. Sarà di una capacità di 150 MW con quasi 8 ore di stoccaggio. Questa tecnologia promette ulteriori prestazioni migliori.
I tre progetti, composti ad un'ultima fase fotovoltaica (Noor IV), faranno di Noor Ouarzazate il più grande sito di produzione solare multi - tecnologica al mondo con una capacità di 580 MW ed un investimento totale superiore a 24 miliardi di dirham, senza contare le infrastrutture comuni sviluppate da Masen e la ONEE per le necessità dei sviluppatori. Quest'infrastrutture servono per le necessità di collegamento elettrico, di trasporto stradale, d'adduzione in acque grezza e potabile, di scarico, di telecom, e di sicurezza.
Questa cerimonia si è svolta in presenza in particolare del capo del governo, dei presidenti delle due camere del Parlamento, di consiglieri del re, di membri del governo, dei rappresentanti degli Stati ed istituzioni internazionali che hanno apportate i loro contributi al finanziamento di questo megaprogetto, membri del corpo diplomatico accreditato in Marocco.


mercoledì 3 febbraio 2016

Polisario implicato nelle reti di terrorismo e criminalità organizzata internazionali

Rabat, 03 febbraio 2016 - Le autorità mauritane hanno sequestrato nel nord del paese, sabato scorso, una importante quantità di droga, di cui due tonnellate di cocaina, e hanno fermato decine di trafficanti di diverse origini fra cui algerini e elementi del gruppo separatista Polisario.
Secondo gli investigatori la droga arriva via mare al golfo di Guinea o via aereo in Mauritania e in Mali prima di arrivare alle sponde del Mediterraneo passando dal Sahel e dai campi dello stesso Polisario di Tindouf  in Algeria.
Questi vari sviluppi mettono in evidenza l'intensificazione delle attività criminali transfrontaliere, nelle quali molti membri vicini ai dirigenti separatisti sono implicati. Prova all'appoggio, i separatisti sono stati recentemente interpellati dalle autorità del paese ospitante, l'Algeria, sin dal loro ritorno dal Mali, cioè, per loro legami con le reti terroristiche basate al Nord di questo paese dell'Africa sub-sahariana. Fra i separatisti interpellati appare in particolare il figlio di un ex Capo della cosiddetta “Quinta Regione Militare”.
D'altra parte le autorità marocchine hanno smantellato il 02 febbraio in Marocco, una cellula di sette terroristi legati a Daech che erano pronti a raggiungere i campi di questa organizzazione in Libia con la complicità di membri del Polisario che avevano combattuto  a fianco del Gheddafi fino all’ultimo momento.
I presunti terroristici avevano inizialmente preparato di ricongiungersi alle file di ISIS nella regione Siria - Iraq poi hanno cambiato la destinazione per raggiungere le truppe dello “Stato Islamico” di Abu Bakr Al Baghdadi in Libia via la frontiera tra Marocco e Mauritania poi via Tindouf e Algeria, contando sull’esperienza dei membri addestrati e armati del Polisario, molto attivi e specializzati nell’attraversamento delle piste del deserto del Sahara e che danno da fare nel traffico di ogni genere nelle bande della criminalità organizzata.
I presunti terroristi erano attivi nelle città meridionali di Marrakech, Laayoune e Boujdour e avrebbero pianificato l’acquisto di armi ed esplosivi per compiere attentati terroristici.
la zona desertica estesa dal nord della Mauritania, Algeria compressi campi “saharawi” di Tindouf, Mali fino alla Libia che si considera “grigia” o “rossa” per la mancanza di sicurezza e legge degli Stati, è diventata meta degli uomini del terrorismo internazionale di varie sigle e dei contrabbandieri internazionali della cocaina latino-americana verso l’Europa.


giovedì 28 gennaio 2016

I diritti delle minoranze religiose in terra d’Islam. Marocco avanguardista. Applausi da Obama.


Marrakech, 28/01/2016 – È concluso il Congresso internazionale intitolato: “I diritti delle minoranze religiose in terra d’Islam: il quadro giuridico e l’invito all’azione”, organizzato dal 25 al 27 gennaio 2016 a Marrakech dal Ministero marocchino degli Habous e degli Affari islamici e dal Forum per la Promozione della Pace nelle società musulmane, sotto l’Alto Patronato di S.M. il Re Mohammed VI. A tale appuntamento hanno partecipato più di 300 politici, ministri, Ulema, ricercatori, scienziati e rappresentanti delle religioni interessate alla questione dello statuto delle minoranze in terra d'Islam e delle organizzazioni internazionali.
In questa occasione il Re Mohammed VI ha inviato un messaggio ai partecipanti, mentre il Presidente americano Barack Obama ha lodato l’evento, e infine i partecipanti hanno promosso la “Dichiarazione di Marrakech”.
Re Mohammed VI Marocco avanguardista nel garantire i diritti religiosi
Il sovrano ha ricordato che il Marocco è sempre stato una terra di dialogo interreligioso. Questa tradizione si perpetua oggi ancora attraverso la preservazione dei diritti dei musulmani e dei non musulmani senza distinzione: “Nella nostra qualità di Amir Al-Mouminine e di protettore della religione e della Comunità e gli adepti, ci incarichiamo di mantenere i diritti dei musulmani e dei non musulmani senza distinzione tra loro”.
I musulmani marocchini non hanno mai trattato gli ebrei come una minoranza, che erano presenti in tutte le attività ed in tutti i domini, ha ricordato il sovrano, il Marocco perpetua attualmente la stessa tradizione permettendo ai cristiani, tutte le chiese e le comunità residenti legalmente in Marocco, di svolgere i loro doveri religiosi.
Il re Mohammed VI ha proseguito nel suo messaggio: “La nostra gestione attuale degli affari religiosi in Marocco mira, tra altri oggettivi chiavi, ad opporsi a qualsiasi leggerezza nell'interpretazione dei testi religiosi, in particolare per quanto riguarda la Jihad, argomento di cui i nostri Ulema hanno pubblicato una dichiarazione forte alcune settimane fa”.
È importante ricordare il ruolo del Marocco nell'intesa tra le religioni perché è uno dei paesi rari musulmani dove ebrei e cristiani possono andare alle sinagoghe ed alle chiese in modo naturalissimo. È anche il paese che ha istituito nella sua costituzione del 2011, la componente ebraica dell'identità marocchina.
Lodi di Obama
All’occasione della commemorazione del 71imo anniversario della liberazione dei campi di Auschwitz, il Presidente americano Barack Obama ha lodato le iniziative che operano a favore della protezione delle minoranze religiose, dando l'esempio dell’evento di Marrakech insistendo su tali iniziative nel ravvicinamento tra le confessioni e la lotta contro l’odio religioso. Questo richiamo di Obama non poteva non toccare gli ebrei attraverso il mondo che hanno una Storia particolare con il Marocco. Gli ebrei non hanno mai dimenticato che il re Mohamed V, nonno dell’attuale Re Mohammed VI, aveva protetto gli ebrei marocchini contro il regime di Vichy in Francia, alleato dei nazisti.
Dichiarazione di Marrakech:
I partecipanti al congresso hanno rivolto appelli:
Alle diverse Comunità religiose unite dallo stesso legame nazionale a ricostruire il passato con la riattivazione del patrimonio comune e tendere le passerelle della fiducia lontano dalle tentazioni di scomunica e di violenza, e a curare le traumi memoriali nate di focalizzazione selettiva reciproca sui fatti particolari e l'occultamento di secoli di vita comune su una stessa terra.
Alla Comunità internazionale di decretare leggi che penalizzano le offese alle religioni, i danni ai valori sacri e tutti i discorsi d'incitamento all’odio ed al razzismo, sottolineando che non è autorizzato di strumentalizzare la religione per privare le minoranze religiose dei loro diritti nei paesi musulmani.
Ai politici e le istanze decisionali ad adottare le misure costituzionali, politiche e giuridiche necessari per dare corpo alla cittadinanza contrattuale e sostenere le formule e le iniziative che mirano ad indurre i legami d'intesa e di coesistenza tra le Comunità religiose che vivono in terra d'islam.
Agli intellettuali e alla società civile di favorire l'emergenza di un'ampia corrente sociale che fa giustizia alle minoranze religiose nelle società musulmane suscitando una presa di coscienza quanto ai diritti di queste minoranze. Loro beneficio anche sui piani intellettuali, culturali, educativi e mediatici per preparare un terreno propizio alla nascita di questa corrente sociale.
La dichiarazione di Marrakech sottolinea anche le finalità “della Carta di Medina”, che contengono numerosi principi della cittadinanza contrattuale, come la libertà di culto, la libertà di movimento, la libertà di possedere dei beni, il principio di mutua assistenza pubblica e quello della difesa comune. A ciò si aggiunge il principio d'uguaglianza dinanzi alla legge. “La carta di Medina”, che è perfezionare armonia con la carta delle Nazioni Unite, costituisce un quadro adeguato per le costituzioni nazionali dei paesi a maggioranza musulmana.

I partecipanti hanno messo l'accento sulla necessità di cooperare tra tutte le religioni e l'imperativo della sua urgenza. Questa cooperazione è fondata sugli atti e non soltanto sui desideri generali di concordanza e di rispetto. Questa cooperazione deve essere fondata sull'impegno di rispettare scrupolosamente i diritti e le libertà con l'obbligo di iscriverle nel quadro della legge al livello di ogni Stato.